Esteri
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA CON IL CAPPELLO MAGA TRUMP
«Molte persone si sentono tradite... Si era candidato con lo slogan “Basta guerre”, “Mettiamo fine a queste guerre stupide e insensate”, e poi ci ritroviamo con una guerra di cui non riusciamo nemmeno a definire chiaramente il motivo per cui l’abbiamo combattuta».
Parola di Joe Rogan, capo culturale, spirituale ed esistenziale della “Manosphere” e dunque di tutti quei podcaster, controversi e di successo, che nel 2024 si schierarono con Donald Trump, contribuendo alla sua vittoria contro Kamala Harris (Alex Jones, Logan Paul, Matt Walsh, eccetera). Il presidente statunitense avrà pure firmato - unilateralmente? - la tregua di due settimane con l’Iran, ma gli youtuber di destra hanno scatenato una guerra civile dentro il mondo MAGA e non sarà facile ricucire la frattura in vista delle elezioni di midterm, fortemente a rischio per i Repubblicani.
Trump ha appunto vinto le elezioni del 2024 grazie anche al loro sostegno e grazie alla promessa di immaginifici principi scanditi dalla pace perpetua. «Sono loro a tenere unito il movimento Maga», ha notato il Guardian : «Questa è sempre stata la forza di Maga e un segno della sua modernità: un ecosistema di influencer decentralizzato, percepito come autentico, anticonformista, basato sulla voce e più capace di connettersi con la gente comune». Il problema è che è proprio questa decentralizzazione a impedire a Maga di funzionare efficacemente come coalizione di governo: «Queste figure potrebbero aver sostenuto Maga, ma sono personalità con un proprio marchio che si sono rifiutate di permettere che le loro piattaforme venissero assorbite dal progetto. In effetti, hanno costruito il loro seguito basandosi su una serie di principi fondamentali e, come la maggior parte degli influencer, la loro lealtà è principalmente verso il pubblico che li mantiene in onda».Joe Kent, a capo dell’antiterrorismo fino a poche settimane fa, ha lasciato il posto dicendo che l’Iran «non costituiva una minaccia» e che «in buona coscienza» non avrebbe potuto sostenere questa guerra.
A difendere la scelta di Kent di andarsene, tra gli altri, anche lo youtuber Nick Fuentes, popolare suprematista bianco, che ha attaccato Trump ricordandogli che ci sono persone che lo hanno votato tre volte negli ultimi dieci anni (2016, 2020, 2024) perché non ci fossero più guerre americane. Fuentes gli ha dato di bugiardo e lo ha accusato di aver tradito il principio dell’“America first”. Il giovane Fuentes fa parte di quella che il Wall Street Journal ha chiamato in passato “infezione parallela” (ce n’è infatti una anche a sinistra) e che è esplosa a destra come un bubbone. Fuentes ha infatti una vera fissazione per gli ebrei e Israele, che alimenta costantemente nella sua trasmissione su Rumble. Ha definito Adolf Hitler «fantastico» e si è dichiarato «fan» di un altro assassino di massa e antisemita, Iosif Stalin.
Ha denunciato «’ebraismo organizzato in America» e ha affermato che «gli ebrei governano la società». A obbligare gli Stati Uniti a entrare in guerra con l’Iran, secondo le ricostruzioni dei complottisti, sarebbe stato Israele, che non del tutto sorprendentemente è il nemico da abbattere di questo pezzo dell’estrema destra americana. Vedi Tucker Carlson, ex volto di punta della Fox, noto odiatore di Israele. Nei mesi scorsi ha destato scalpore una sua intervista per il suo podcast proprio a Fuentes, durante la quale il giovane suprematista bianco ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni contro ebrei e Israele. Ma il fronte si sta allargando. Andrew Schulz, comico e podcaster, elettore di Trump alle elezioni del 2024, ha chiesto ai suoi co-conduttori, nel corso di una puntata di Flagrant, il suo podcast, se non provassero «un’ansia esistenziale per la guerra». «Gli americani non possono permettersi l’assistenza sanitaria, cazzo», ha detto. «A loro non importa cosa sta succedendo in Iran!».
Qualche mese fa, a dicembre, Dan Bongino, altro discusso podcaster, si è dimesso da vicedirettore dell’FBI per tornare a fare il suo lavoro. I podcaster (ex) trumpiani sembrano vivere di luce propria, non rendono conto a logiche di partito, men che meno a quelle della Casa Bianca. La loro community, d’altronde, è il loro editore. È il motivo per cui potrebbero sopravvivere alla futura fine di Trump. Naturalmente, bisogna distinguere la comunità dei podcaster dal resto dell’elettorato conservatore. Un sondaggio condotto da Pew Research a marzo ha rilevato che circa il 70 per cento dei Repubblicani e degli Indipendenti vicini ai Repubblicani approvava la guerra, mentre un sondaggio della NBC ha rilevato che il 90 per cento dei “Repubblicani che si identificano come sostenitori del MAGA” appoggiava i bombardamenti. Un sondaggio del Washington Post del mese scorso ha però rilevato che la maggioranza degli elettori tra i 18 e i 29 anni - una fascia d’età in cui Trump ha pescato durante l’ultima campagna elettorale grazie ai vari Rogan - si è detta contraria alla campagna militare in Iran, rispetto al 40 per cento di tutti gli adulti. Insomma, il presidente statunitense ha molte vite come Super Mario, ma uscire indenne dalle elezioni di midterm, in queste condizioni, non sarà affatto semplice.