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Escalation globale

Iran, Israele e Usa: dalla rivoluzione del 1979 alla guerra aperta

Dalla caduta dello scià alla crisi nucleare, fino alla “Guerra dei 12 giorni” e alle tensioni del 2026: le tappe chiave dello scontro

08 Aprile 2026, 11:41

Iran, Israele e Usa: dalla rivoluzione del 1979 alla guerra aperta

Conflitto Iran-Usa-Israele

Lo scontro tra Iran, Israele e Usa non nasce con la guerra degli ultimi mesi, ma affonda le sue radici in una lunga sequenza di rotture politiche, crisi regionali, attacchi indiretti, sabotaggi e confronti sempre più aperti. Dalla rivoluzione islamica del 1979 in poi, il rapporto tra Teheran e Washington si è trasformato in una contrapposizione strutturale, mentre Israele è diventato progressivamente il bersaglio politico e strategico centrale della nuova teocrazia iraniana.

Nel corso dei decenni, il dossier nucleare, il sostegno iraniano ai gruppi armati dell’area, le operazioni coperte attribuite a Israele e il ruolo degli Stati Uniti nel contenimento della Repubblica islamica hanno costruito una spirale culminata prima nell’escalation successiva al 7 ottobre 2023 e poi nella guerra aperta del 2025, fino alla nuova fase ad altissima tensione vissuta nel 2026. Ripercorrere questa cronologia significa capire come si sia arrivati a un conflitto che oggi investe sicurezza, energia, diplomazia e assetti regionali.

Dalla modernizzazione dello scià alla rottura del 1979

Il primo passaggio chiave è del 1967, quando l’Iran entra in possesso del suo primo reattore di ricerca, quello di Teheran, nell’ambito del programma americano “Atomi per la pace”. In quel periodo l’Iran dello scià Mohammad Reza Pahlavi è ancora un alleato degli Stati Uniti e mantiene anche legami economici e di sicurezza con Israele.

Tutto cambia nel 1979. Lo scià, gravemente malato, fugge dall’Iran mentre crescono le proteste popolari. L’ayatollah torna a Teheran dall’esilio e la rivoluzione islamica lo porta al potere. Nello stesso anno gli studenti occupano l’ambasciata americana a Teheran, aprendo la crisi degli ostaggi durata 444 giorni. Il programma nucleare iraniano viene sospeso sotto la pressione internazionale e la nuova teocrazia individua in Israele il nemico principale. È il punto di frattura originario da cui nasce l’assetto del conflitto contemporaneo.

Il dossier nucleare e il lungo confronto con l’Occidente

Per anni il programma nucleare iraniano resta una delle questioni più sensibili. Nel 2002, i servizi segreti occidentali e un gruppo di opposizione iraniano rivelano l’esistenza dell’impianto segreto di arricchimento dell’uranio di Natanz. L’anno dopo, Regno Unito, Francia e Germania avviano negoziati con Teheran e nel 2003 l’Iran sospende l’arricchimento dell’uranio.

Ma la tregua dura poco. Nel 2006, dopo l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, Teheran annuncia la ripresa dell’arricchimento e i negoziati con Londra, Parigi e Berlino si interrompono. Da lì in avanti la questione nucleare diventa il centro di una crescente pressione internazionale, accompagnata da tensioni regionali sempre più acute.

Proteste interne, canali segreti e guerra ombra

Nel 2009 la rielezione contestata di Ahmadinejad scatena le proteste del Movimento Verde, represse con violenza dal regime. Nello stesso anno, sotto la presidenza Obama, Stati Uniti e Iran aprono in Oman un canale segreto per lo scambio di messaggi, segno che il confronto aperto convive con tentativi di interlocuzione riservata.

Nel 2010 emerge poi il caso Stuxnet, il virus informatico che molti ritengono frutto di una creazione congiunta americana e israeliana. L’attacco compromette diverse centrifughe iraniane e inaugura una fase nuova del conflitto: non più soltanto diplomazia e sanzioni, ma una vera e propria guerra ibrida contro il programma nucleare di Teheran.

Il JCPOA e la rottura del 2018

Il momento di massima apertura arriva nel 2015, quando le potenze mondiali e l’Iran annunciano il JCPOA, l’accordo sul nucleare che limita l’arricchimento dell’uranio in cambio della revoca delle sanzioni economiche. È il punto più avanzato del tentativo di riportare il dossier dentro un quadro negoziale stabile.

Ma nel 2018 la traiettoria si spezza di nuovo. Benjamin Netanyahu afferma che Israele ha ottenuto migliaia di documenti che proverebbero come l’Iran abbia nascosto aspetti del proprio programma nucleare prima dell’accordo. Nello stesso anno, Donald Trump ritira unilateralmente gli Stati Uniti dal JCPOA. È una svolta che rimette il confronto su un binario molto più duro e prepara la fase successiva degli attacchi e delle rappresaglie.

Attacchi mirati, sabotaggi e scienziati uccisi

Dal 2020 in poi, i presunti attacchi israeliani contro il programma nucleare iraniano si intensificano. Nel luglio 2020 un’esplosione distrugge un impianto di produzione di centrifughe a Natanz. Nel novembre 2020 viene ucciso Mohsen Fakhrizadeh, uno dei massimi scienziati militari iraniani nel campo del nucleare, in un’operazione attribuita da Teheran a Israele.

Nel 2021 l’Iran porta l’arricchimento dell’uranio fino al 60%, il livello più alto mai raggiunto e vicino alla soglia tecnica del livello militare. Nell’aprile 2021 un nuovo attacco colpisce Natanz, mentre nel giugno 2022 Teheran accusa Israele di avere avvelenato due scienziati nucleari. La guerra ombra si intensifica e si avvicina sempre di più a un confronto diretto.

Il 7 ottobre 2023 e il salto di livello dello scontro

Il 7 ottobre 2023 segna un punto di non ritorno. Hamas e la Jihad islamica irrompono in Israele dalla Striscia di Gaza, uccidendo 1.200 persone e prendendo 250 ostaggi. È l’inizio della guerra più intensa tra Israele e Hamas. L’Iran, che ha armato Hamas, offre sostegno ai militanti e viene identificato sempre più apertamente come il grande sponsor del fronte anti-israeliano.

Da quel momento, la tensione tra Teheran e Israele sale di livello anche sul piano diretto. Il conflitto non è più soltanto mediato dai gruppi alleati regionali, ma inizia a coinvolgere in modo frontale strutture, comandanti e interessi strategici delle due parti.

Il 2024 tra Damasco, Isfahan e i raid reciproci

Il 2024 è l’anno in cui il confronto Iran-Israele diventa apertamente reciproco. Il 1° aprile 2024 il consolato iraniano a Damasco viene colpito in un raid israeliano: tra i morti ci sono anche membri dei Pasdaran, fra cui il generale Mohammad Reza Zahed. Teheran promette vendetta.

La risposta arriva il 13 aprile 2024, quando per la prima volta l’Iran lancia un attacco diretto contro Israele usando missili balistici, missili da crociera e oltre 300 droni. L’Iron Dome, con il supporto di Paesi alleati e della Giordania, respinge la minaccia. Il 19 aprile, Israele colpisce una base aerea nei pressi di Isfahan, mentre l’Iran minimizza.

Il clima resta esplosivo. Il 31 luglio 2024 viene ucciso a Teheran Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas, in un raid che tutti gli osservatori attribuiscono a Israele. Il 27 settembre 2024 un attacco israeliano elimina il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. Il 1° ottobre 2024 Teheran lancia un nuovo attacco diretto su Israele con circa 200 missili balistici. Il 26 ottobre 2024 Israele risponde con ore di raid sul territorio iraniano, evitando però di colpire i siti nucleari sotto pressione dell’amministrazione Biden.

Il 2025 e la “Guerra dei 12 giorni”

Il salto definitivo arriva nel 2025. Il 13 giugno, Israele lancia la vasta offensiva “Rising Lion”, colpendo impianti nucleari, strutture militari e residenze di alti dirigenti del regime. Oltre 200 velivoli partecipano all’azione, supportati da cyberattacchi e operazioni di intelligence. Vengono uccisi il comandante dei Pasdaran Hossein Salami, il capo di stato maggiore Mohammad Bagheri e alcuni importanti scienziati nucleari.

Il 22 giugno 2025 entrano in campo anche gli Stati Uniti, che colpiscono i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan. Trump parla di «spettacolare successo militare» e avverte che altri bersagli saranno colpiti se non arriverà presto la pace. Teheran promette una risposta dura.

Il giorno dopo, 23 giugno, l’Iran lancia missili sulla base americana di Al Udeid in Qatar, in rappresaglia per i raid Usa. Nello stesso giorno Israele colpisce duramente l’Iran, prendendo di mira anche luoghi simbolici del potere come il carcere di Evin. Poi, il 24 giugno 2025, Trump annuncia un cessate il fuoco “pienamente concordato” tra Iran e Israele, proclamando la fine della “Guerra dei 12 giorni”. La tregua regge tra accuse reciproche e lanci di missili contestati, ma il conflitto resta soltanto congelato.

Il dopo guerra e il lutto di Teheran

Il 28 giugno 2025 migliaia di persone sfilano nelle strade del centro di Teheran per i funerali di Salami e di altri alti comandanti e scienziati uccisi durante la guerra. Le esequie riguardano 60 persone, tra cui donne e bambini. La mobilitazione popolare mostra quanto la guerra abbia colpito il cuore del sistema di potere iraniano, ma anche la capacità del regime di usare il lutto come strumento di coesione e propaganda.

Il 2026 tra proteste, repressione e minacce di guerra

L’inizio del 2026 apre una nuova fase, in cui il fronte interno iraniano si intreccia di nuovo con quello internazionale. Dopo le proteste esplose il 28 dicembre 2025 per la crisi economica e poi allargatesi contro il regime, il 2 gennaio 2026 Donald Trump minaccia un intervento americano se l’Iran continuerà a reprimere violentemente i manifestanti. Teheran risponde che un’azione Usa porterebbe il caos in tutto il Medio Oriente.

Tra l’11 e il 30 gennaio 2026, il quadro precipita. Aumentano le vittime della repressione, il Parlamento iraniano e i Pasdaran minacciano Stati Uniti e Israele, Trump alterna appelli ai “patrioti iraniani” e avvertimenti militari, mentre vengono evacuati membri non essenziali dalla base di Al Udeid. Si susseguono voci su possibili attacchi americani, trasferimenti della guida suprema in bunker sotterranei, sanzioni europee e designazioni dei Pasdaran come organizzazione terroristica da parte dell’Ue. L’Iran risponde specularmente definendo terroristi gli eserciti dei Paesi europei coinvolti nella decisione.