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Medio Oriente

In Iran le bombe non fermano il boia raffica di esecuzioni per i dissidenti

Aumentano impiccagioni, repressione e violazioni dei diritti umani mentre il regime usa la crisi per colpire oppositori e manifestanti

08 Aprile 2026, 09:33

In Iran le bombe non fermano il boia raffica di esecuzioni per i dissidenti

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Gli iraniani sono minacciati, maltrattati e ora usati sempre più spesso come scudi umani. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito che «un’intera civiltà morirà», se Teheran non rispetterà l’ultima scadenza fissata da Washington per un accordo sulla riapertura definitiva dello Stretto di Hormuz. Come risposta, il regime iraniano ha invitato i giovani ad accerchiare, formando catene umane, le centrali elettriche del Paese, considerate i prossimi obiettivi statunitensi e israeliani. Un invito che la dice lunga sul disprezzo verso la vita umana soprattutto di coloro che dovrebbero avere il gravoso compito della ricostruzione. A ciò si aggiunge l’ignominia delle condanne a morte, una quindicina nell’ultima settimana. Le esecuzioni capitali nell’Iran degli ayatollah avvengono per impiccagione nelle piazze. I condannati vengono appesi ad una gru alla presenza del pubblico. Un monito a non sfidare il regime e chi, da quasi mezzo secolo, tiene sotto lo schiaffo un popolo adesso anche sotto le bombe degli Stati Uniti e di Israele.

Domenica sono stati impiccati Mohammadamin Biglari (19 anni) e Shahin Vahedparast. Secondo l’accusa, durante le proteste di gennaio, avrebbero tentato di assaltare una postazione militare per svuotare un deposito di armi. I giovani avrebbero fatto parte di un gruppo impegnato a colpire le stazioni di polizia e gli avamposti dei Basij per procurarsi pistole e fucili e incoraggiare la popolazione alla rivolta. Altre esecuzioni, sempre per impiccagione, si sono svolte sabato. Hanno riguardato Abolhassan Montazer e Vahid Bani-Amerian, considerati dall’autorità giudiziaria «terroristi». Ai due è stata contestata la «ribellione armata» per l’appartenenza al gruppo di opposizione «Mojahedin-e Khalq» (Mek). Avrebbero pianificato attacchi alle basi militari e di polizia tramite lanciarazzi. La condanna a morte di Montazer Bani-Amerian risale però al dicembre 2024 ed è stata inflitta dal Tribunale rivoluzionario di Teheran.

Il boia cinque giorni fa ha tolto la vita pure ad un giovanissimo, il diciottenne Amirhossein Hatami, arrestato durante le proteste di inizio anno con l’accusa di aver appiccato un incendio in una sede dei Basij a Teheran. I fatti contestati ad Hatami sono quelli dell’8 gennaio, quando venne presa d’assalto la base «185 Mahmoud Kaveh». I familiari di Hatami e di altri manifestanti arrestati hanno riferito che i giovani sono stati condotti con la forza nella caserma nel corso delle proteste, mentre l’edificio era già in fiamme. Probabilmente, è stato inscenato un attentato ai danni della caserma dei Basij per far ricadere ogni responsabilità sui manifestanti e infliggere loro una pena esemplare. Hatami studiava design industriale all'Università di Teheran e parlava fluentemente tre lingue.

Il sito Iran International, dopo aver interpellato alcune fonti, ha rivelato la mancata consegna del corpo di Hatami alla famiglia, in quanto il nome del giovane è stato associato ai Mojahedin del Popolo. Una motivazione assurda che impedisce una degna sepoltura e che, come per altri casi, è probabilmente legata al business dei cadaveri dei dissidenti: il regime richiederebbe un “riscatto” per consegnare le salme di chi è stato giustiziato o è stato ucciso durante le proteste di piazza.

L’agenzia di stampa Mizan, organo ufficiale della magistratura, ha comunicato la morte del trentenne Ali Fahim, giustiziato per aver preso parte alle proteste di gennaio. Il destino è segnato pure per Abolfazl Salehi Siavashani la cui esecuzione è imminente. Sono state eseguite inoltre le condanne a morte nei confronti di nove prigionieri politici, tra cui sei membri delle Unità di Resistenza del Mek (Mojahedin del Popolo). La gru dovrebbe alzarsi nei prossimi giorni per altri undici manifestanti arrestati a gennaio. A riferirlo è Amnesty International. I detenuti sono sottoposti a torture e altri maltrattamenti in carcere e le condanne arrivano al termine di processi farsa, senza difesa e basati su confessioni estorte con la violenza. Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto l’immediata sospensione delle condanne a morte connesse ai processi celebrati dopo le proteste di tre mesi fa. In questo contesto è difficile, se non impossibile, che il regime degli ayatollah abbia un atteggiamento clemente. Anzi, le impiccagioni servono a reprime sempre di più il dissenso e ad intimorire la popolazione al momento impossibilitata a ribaltare il regime.

«Per l’Iran – scrive Iran Human Rights Monitor – l’esecuzione non è una punizione legale; è il principale strumento attraverso cui la sovranità comunica con il popolo. È il linguaggio dell’intimidazione, concepito per paralizzare la volontà di una nazione che si è sollevata per la propria libertà. Per questo regime, l’esecuzione agisce come ossigeno per un malato terminale, un malato che sente soffocare l’imminente rivolta popolare. Il regime cerca di sopravvivere sfruttando il clima di guerra e isolando la rete internet globale per mettere a tacere la voce dell’Iran. Le recenti dichiarazioni dei funzionari del regime rivelano l’intento criminale di trasformare un contesto di guerra in un’opportunità di resa dei conti politica».