Mentre l’Europa celebrava la Pasqua, simbolo di rinascita e speranza, il tratto di mare che separa la Libia dalle coste italiane si trasformava, per l’ennesima volta, in un cimitero liquido. Un barcone in legno, con a bordo circa 120 persone tra cui donne e bambini, si è capovolto a settanta miglia dalla costa africana, in piena zona di soccorso libica. Il bilancio è devastante: trentadue superstiti portati a Lampedusa, due corpi senza vita recuperati e oltre settanta dispersi che il mare difficilmente restituirà. Un conto che non torna, fatto di presenze improvvisamente diventate assenze.
Oggi #Seabird ha raggiunto un’imbarcazione in legno ribaltata. Diverse persone erano già in acqua e altre ci sono finite poco dopo. I due mercantili IEVOLI GREY e SAAVEDRA TIDE, che si trovavano nelle vicinanze sono intervenuti, ma il soccorso non è ancora concluso. (1/2) pic.twitter.com/MhptwilG6u
— Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) April 4, 2026
L’imbarcazione era salpata nella notte da Tajoura, una località a est di Tripoli, con il sogno di raggiungere l’Italia. Su quel barcone di legno si erano stretti in tanti: uomini, donne, bambini. Alcuni con lo sguardo già lontano, proiettato verso una vita possibile, altri ancora legati a ciò che avevano lasciato, sospesi tra memoria e urgenza. Il viaggio era iniziato così, con la speranza che riesce a coprire la paura, almeno per qualche ora, almeno finché il mare resta relativamente quieto.
Ma nel pomeriggio di sabato, a circa settanta miglia dalla costa africana, qualcosa ha ceduto. L’acqua ha cominciato a infiltrarsi lentamente, poi sempre più in fretta. Onde più alte del previsto, legno troppo fragile, peso eccessivo: nel Mediterraneo basta poco perché un equilibrio già precario si spezzi definitivamente. Per ore hanno cercato di resistere, di svuotare l’acqua con mezzi improvvisati, di tenere insieme ciò che si stava disfacendo. Qualcuno pregava, qualcuno urlava istruzioni, qualcuno stringeva i bambini cercando di proteggerli da qualcosa che non si può fermare. Ma il tempo, in mare aperto, non è mai un alleato. Il barcone si è inclinato, ha ceduto e si è rovesciato. I naufraghi sono rimasti in balia delle onde per ore, alcuni aggrappandosi disperatamente al legno ribaltato nel tentativo di non affondare, altri scomparendo nel giro di pochi istanti.
A localizzare i sopravvissuti è stato un velivolo della Guardia Costiera italiana durante un pattugliamento ordinario. Dall’alto, piccoli punti scuri su una distesa immensa, alcuni aggrappati allo scafo della nave. I primi soccorsi sono arrivati dai mercantili Saavedra Tide e Ievoli Grey, che hanno lanciato zattere di salvataggio per strappare alla morte chi era ancora a galla. Domenica mattina, i 32 superstiti - principalmente cittadini egiziani, pakistani e bengalesi - e le due salme sono stati trasbordati sulla motovedetta CP327 della Guardia Costiera, approdata poi al molo Favarolo di Lampedusa.
Giunti a terra in stato di forte choc, i naufraghi hanno iniziato a comporre il mosaico dell’orrore. «Siamo partiti in 110», raccontano alcuni di loro. Una frase che contiene tutto: l’inizio del viaggio e la misura della perdita. Tra i salvati figura anche un minore non accompagnato, affidato immediatamente alle cure del team di Save the Children presente sull’isola. Le testimonianze raccolte da Mediterranea Saving Humans parlano invece di 105 persone inizialmente a bordo, confermando comunque che oltre 70 esseri umani mancano all’appello. Differenze nei numeri, ma non nella sostanza: una tragedia di grandi proporzioni.
Molti dei sopravvissuti hanno raccontato di essere rimasti per ore in mare aperto, senza sapere se qualcuno li avrebbe visti. Alcuni hanno perso familiari davanti ai propri occhi, altri non sanno ancora chi tra i compagni di viaggio sia riuscito a salvarsi. La strage ha riacceso il dibattito sulle politiche migratorie e sull’assenza di missioni di soccorso europee coordinate. Secondo i dati Oim, dall’inizio del 2026 sono già almeno 725 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo. Numeri che si accumulano e rischiano di diventare abitudine, mentre ogni singolo episodio resta unico nella sua violenza. «Nel giorno di Pasqua, che per molte persone rappresenta un tempo di rinascita e speranza, ci troviamo invece a piangere nuove vite spezzate al largo della Libia», ha dichiarato in una nota Save the Children, sottolineando come il Mediterraneo sia ormai un “confine di morte” per chi cerca sicurezza.
Dura anche la riflessione di monsignor Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes: «Anche a Pasqua ci raggiunge la notizia di dispersi e morti nel centro del Mediterraneo. Uomini, donne e bambini per i quali la Pasqua non ha significato vita, ma morte». L’arcivescovo ha auspicato che l’Europa «alzi gli occhi sul Mediterraneo e finalmente tuteli chi richiede asilo, con una missione europea e la cessazione degli accordi con la Libia, dove chi ferma e trasporta nei campi le persone in fuga sono gli stessi che lucrano mettendoli in mare».
La Comunità di Sant’Egidio, esprimendo profondo cordoglio, ha ribadito l’urgenza di non limitarsi ad aggiornare le statistiche delle tragedie. Oltre al potenziamento dei soccorsi, l’appello è volto all’incentivazione di ingressi regolari e modelli di integrazione sicuri: «È necessario poi incentivare vie di ingresso regolari, anche per motivi di lavoro, di cui l’Italia ha estremamente bisogno. E per chi fugge dai paesi in guerra attivare modelli che favoriscono l’integrazione, come i corridoi umanitari».
Mentre a Lampedusa proseguono i controlli medici e le audizioni dei superstiti, le ricerche coordinate dalla Guardia Costiera libica continuano, ma con il passare delle ore le speranze di trovare ancora qualcuno in vita sono ridotte al lumicino. Il mare, intanto, torna apparentemente calmo, come se nulla fosse accaduto. Ma sotto quella superficie resta tutto: le vite interrotte, le scelte obbligate, i viaggi che continuano a partire nella notte. Come denunciato da Mediterranea Saving Humans, questo naufragio «non è una tragica fatalità, ma conseguenza delle politiche dei governi europei, che rifiutano di aprire canali d’ingresso legali e sicuri». Una frase che chiude il racconto ma non la storia, perché quella rotta resta aperta e altre partenze sono già in corso.