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Alta tensione

L’Iran respinge la tregua su Hormuz mentre la guerra allarga il bilancio

Teheran non riapre lo Stretto in cambio di una pausa temporanea. Raid nella notte, vittime in Iran, migliaia di feriti in Israele e rincari energetici in Asia

06 Aprile 2026, 10:22

L’Iran respinge la tregua su Hormuz mentre la guerra allarga il bilancio

La nave cisterna per GPL indiana dopo aver attraversato lo stretto di Hormuz

L’Iran su Hormuz non arretra e rifiuta di riaprire lo Stretto in cambio di una «tregua temporanea». È questo il segnale politico più netto che arriva da Teheran, mentre la guerra continua a produrre nuove vittime, migliaia di feriti e conseguenze economiche che ormai si estendono ben oltre il Medio Oriente. Secondo una fonte autorevole del regime citata da Reuters e rilanciata da Times of Israel, la Repubblica islamica considera insufficiente la disponibilità americana a una tregua stabile e non intende accettare pressioni né ultimatum.

Resta sul tavolo, viene spiegato, la proposta del Pakistan per una tregua immediata, che l’Iran avrebbe ricevuto e starebbe valutando. Ma il messaggio politico resta rigido: nessuna riapertura di Hormuz come contropartita per una pausa provvisoria del conflitto. È una posizione che mantiene altissima la tensione su uno snodo decisivo per i traffici energetici mondiali e che conferma quanto la partita diplomatica resti ancora lontana da una vera de-escalation.

Teheran dice no alla riapertura di Hormuz in cambio di una pausa

Il rifiuto iraniano di legare la riapertura dello Stretto di Hormuz a una tregua temporanea mostra quanto Teheran ritenga ancora troppo fragile e insufficiente l’offerta che arriverebbe sul piano diplomatico. La fonte citata riferisce infatti che Washington non offrirebbe le garanzie necessarie su una tregua permanente, elemento che rende per il regime inaccettabile qualsiasi apertura immediata sul fronte della navigazione.

È una posizione che ha un peso enorme non solo militare ma anche economico. Hormuz è infatti uno dei principali passaggi energetici del pianeta e ogni minaccia di chiusura o di limitazione del traffico incide direttamente su prezzi, approvvigionamenti e stabilità dei mercati. Per questo il no iraniano continua ad alimentare l’allarme internazionale.

I raid della notte e il bilancio delle vittime in Iran

Sul terreno, intanto, la guerra continua a colpire duramente. I raid condotti da Stati Uniti e Israele nella notte e nelle prime ore del mattino avrebbero provocato almeno 34 morti in Iran, secondo quanto riferito da Al Jazeera. Tra le vittime ci sarebbero anche almeno sei bambini.

Il bilancio più pesante viene segnalato nella provincia di Teheran, dove sarebbero morte almeno 23 persone, inclusi i sei minori. Altri cinque morti vengono indicati a Qom, mentre nella città meridionale di Bandar-e-Lengeh le vittime sarebbero sei. Un quadro che conferma come i bombardamenti continuino a colpire più aree del Paese e a produrre effetti pesanti anche sulla popolazione civile.

Israele aggiorna il numero dei feriti dall’inizio della guerra

Dall’altro lato del conflitto, il Ministero della Salute israeliano ha diffuso un nuovo bilancio sulle conseguenze della guerra avviata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Secondo i dati comunicati, sono 6.951 le persone rimaste ferite e ricoverate in ospedale dall’inizio delle ostilità.

Di queste, 123 pazienti risultano ancora ricoverati. Tra loro, due si troverebbero in condizioni critiche. È un dato che restituisce la dimensione complessiva dell’impatto del conflitto anche sul fronte israeliano, dove il peso dell’emergenza sanitaria continua a essere significativo.

Una guerra che continua a produrre effetti su entrambi i fronti

I numeri diffusi nelle ultime ore mostrano con chiarezza che la guerra non sta rallentando. Da una parte aumentano i morti in Iran dopo i raid notturni, dall’altra Israele continua a registrare migliaia di feriti dall’inizio dell’offensiva. In mezzo, il tentativo di trovare una tregua resta appeso a condizioni che, per ora, appaiono ancora troppo lontane.

L’effetto della crisi si allarga fino allo Sri Lanka

Le conseguenze del conflitto non si fermano però al piano militare. La guerra in Medio Oriente sta già producendo ricadute economiche dirette in altre aree del mondo. In Sri Lanka, ad esempio, il costo del gas domestico (Lpg) è aumentato in modo sensibile proprio a causa della crisi.

L’aumento è del 23% per il prodotto venduto da una società privata, mentre la compagnia statale Litro Gas ha ritoccato i prezzi del 19,42%. Colombo ha lanciato un allarme chiaro: se il conflitto dovesse protrarsi, il Paese rischierebbe di precipitare di nuovo nella grave crisi vissuta nel 2022. Lo Sri Lanka, come molti altri Paesi asiatici, importa infatti tutto il gas, il petrolio e il carbone di cui ha bisogno, e quindi subisce in modo immediato le tensioni internazionali sui mercati energetici.