Guerra in corso
Trump
Il caso del pilota Usa Iran ha segnato uno dei passaggi più delicati delle ultime ore nel conflitto tra Washington, Teheran e Israele. Ma il quadro, rispetto alle prime notizie circolate venerdì 3 aprile, è già cambiato: il secondo membro dell’equipaggio dell’F-15E Strike Eagle abbattuto nel sud-ovest dell’Iran è stato recuperato sabato 4 aprile dopo una vasta operazione di soccorso, mentre il primo era già stato tratto in salvo in precedenza. Reuters riferisce che il recupero è avvenuto al termine di ricerche estese in più province iraniane, dopo che Teheran aveva anche annunciato una ricompensa per la cattura dell’aviere.
La vicenda resta però altamente simbolica e militare. L’abbattimento dell’F-15E rappresenta infatti uno degli episodi più pesanti per gli Stati Uniti in questo conflitto, anche perché è arrivato subito dopo le dichiarazioni di Donald Trump sulla presunta neutralizzazione delle capacità iraniane. Secondo varie ricostruzioni, oltre all’F-15 colpito, è andato perso anche un A-10, mentre il suo pilota sarebbe riuscito a raggiungere il Kuwait.
La notizia più rilevante, quindi, è che il secondo militare americano non risulta più disperso. Reuters ha scritto che il recupero è stato confermato sabato 4 aprile, mentre altre testate statunitensi parlano di una missione ad altissimo rischio condotta in territorio iraniano, con l’impiego di forze speciali, velivoli e droni. L’operazione è stata raccontata da Trump come un successo militare eccezionale, mentre l’Iran ha provato a rappresentarla come una prova della propria capacità di colpire e logorare le forze americane.
Il passaggio è importante anche sul piano narrativo. Nelle ore immediatamente successive all’abbattimento, l’attenzione era concentrata sulla corsa contro il tempo per evitare che il militare venisse trovato dalle forze iraniane o da gruppi locali mobilitati dalla ricompensa promessa da Teheran. Il recupero cambia questo capitolo, ma non riduce la gravità dell’incidente né il valore politico che entrambe le parti stanno attribuendo all’episodio.
Se sul piano operativo Washington ha potuto rivendicare il recupero dell’aviere, sul piano politico la tensione è salita ancora. Domenica 5 aprile Trump ha minacciato apertamente l’Iran, chiedendo la riapertura dello Stretto di Hormuz entro martedì sera e annunciando in caso contrario nuovi attacchi contro infrastrutture iraniane, comprese centrali elettriche e ponti. Reuters riferisce che il presidente ha parlato di scadenza fissata per martedì alle 20, ora della costa Est americana, in un messaggio dai toni estremamente aggressivi pubblicato su Truth Social.
Il nodo di Hormuz resta centrale perché da lì passa una quota decisiva del traffico energetico mondiale. Per questo le minacce della Casa Bianca hanno un peso che va ben oltre il solo piano militare: incidono sui mercati, sui prezzi dell’energia e sulla percezione di stabilità dell’intera regione. È in questo clima che il conflitto continua a saldarsi sempre di più con la guerra degli approvvigionamenti e delle rotte marittime.
Intanto gli attacchi non si sono fermati. A Dubai, le autorità hanno confermato un “incidente lieve” dopo che frammenti caduti in seguito a un’intercettazione aerea hanno colpito la facciata del palazzo Oracle a Dubai Internet City. Non risultano feriti, ma l’episodio mostra quanto l’escalation stia ormai investendo anche aree economiche e tecnologiche ritenute finora relativamente più protette.
Sul fronte iraniano, invece, cresce la preoccupazione attorno all’impianto nucleare di Bushehr. Reuters ha riferito che Rosatom ha evacuato altri 198 addetti dal sito dopo un attacco che ha ucciso una guardia della sicurezza fisica e provocato danni a un edificio di supporto. L’Aiea ha segnalato che non c’è stato aumento dei livelli di radiazione, ma il quadro resta definito molto preoccupante.
È proprio Bushehr a restituire la misura del salto di qualità dello scontro. Colpire, anche indirettamente, un’area nucleare sotto controllo e con personale russo significa aumentare il rischio di un incidente dalle conseguenze internazionali. Il fatto che non si siano registrate perdite radiologiche non riduce il valore d’allarme dell’episodio, che viene osservato da vicino sia dalle autorità nucleari sia dai governi coinvolti.
Parallelamente, l’Iran continua a usare la leva marittima come strumento di pressione. Le minacce e i messaggi lanciati attorno allo Stretto di Hormuz si intrecciano con il tema dei pedaggi e del controllo delle navi, mentre da Teheran arrivano anche riferimenti a Bab el-Mandeb, altro snodo strategico tra Mar Rosso e Oceano Indiano. In questo quadro, la guerra si allarga sempre più dal terreno militare classico a quello commerciale ed energetico.
Non è un dettaglio secondario: significa che il conflitto non viene più combattuto soltanto con missili, droni e raid aerei, ma anche attraverso la capacità di minacciare flussi energetici, commercio globale e catene logistiche. Ed è proprio questo che rende ogni ultimatum su Hormuz potenzialmente destabilizzante ben oltre il Golfo.
In mezzo all’escalation resta però uno spiraglio diplomatico. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha smentito che Teheran abbia rifiutato in modo definitivo un passaggio negoziale in Pakistan, sostenendo che la posizione iraniana sia stata travisata da alcuni media americani.