Crisi globale
I prezzi di benzina e diesel che schizzano alle stelle, gli aerei che restano a terra per carenza di carburante, le catene di approvvigionamento che arrancano. Sono solo alcune delle conseguenze determinate dall’aggressione di Stati Uniti e Israele ai danni dell’Iran e dalle rappresaglie attuate dalla Repubblica islamica, come i bombardamenti sulle raffinerie dei Paesi del Golfo e il blocco dello Stretto di Hormuz.
Un’altra conseguenza, meno evidente in quanto meno immediata delle altre, è destinata a spiegare i suoi effetti nei mesi a venire: la carenza di fertilizzanti. I campi di grano dovrebbero ricevere la loro seconda dose d’azoto e il granturco aspetta di essere seminato e di ricevere l’urea necessaria per crescere abbondante. Marzo e aprile sono due mesi molto importanti per l’agricoltura, quest’anno però la guerra in Asia occidentale sta mettendo in crisi l’intero settore agricolo. Circa la metà del cibo mondiale viene coltivato con l’utilizzo di fertilizzanti e interruzioni prolungate dell’approvvigionamento sono destinate ad incidere sulla disponibilità di generi alimentari.
Con il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz infatti non si è fermato solo il flusso di carburanti (greggio, gas naturale, gnl, gpl, cherosene etc.) ma anche quello di prodotti agricoli, come i fertilizzanti. Il 50% dell’export globale di questi prodotti proviene infatti dai Paesi del Golfo e raggiunge il resto del mondo passando attraverso lo Stretto. Inoltre i Paesi del Golfo producono un terzo del commercio marittimo globale di fertilizzanti e, in particolare, sono importanti produttori di fertilizzati azotati, che dipendono dalla combustione ad alta pressione del gas naturale in presenza di idrogeno per produrre ammoniaca.
Il problema tuttavia non è solo il blocco delle navi che trasportano questi prodotti, ma anche che gli stessi ingredienti necessari alla produzione dei fertilizzanti non raggiungono più i Paesi produttori situati in altre parti del pianeta. Privati delle forniture di gas naturale liquefatto provenienti principalmente dal Qatar, le aziende produttrici di fertilizzanti in India, Bangladesh e Pakistan hanno dovuto interrompere la produzione. A questi si aggiunge l’Egitto, altro importante produttore di prodotti agricoli, che ha perso la sua fornitura di gas naturale proveniente da Israele e si trova a dover acquistare gas naturale liquefatto a un prezzo maggiore.
Oltre agli azotati il problema comprende anche i fertilizzanti fosfatici, altro elemento chiave per le colture, di cui i Paesi del Golfo sono produttori del 20% a livello globale, così come del 25% di zolfo (acido solforico), necessario per trasformare la roccia fosfatica in un liquido assorbibile dalle piante.
Il minor valore economico dei fertilizzanti rispetto a petrolio e gas porta i governi a spendere meno risorse per garantire che il flusso di queste risorse rimanga costante e per calmierare l’aumento dei prezzi. Se per la Cina e gli Stati Uniti, che sono quasi autosufficienti, il problema è “solo” una questione di rialzo del prezzo – a New Orleans è passato dai 451 dollari per tonnellata di metà febbraio ai 585 dollari di metà marzo – destinato comunque ad avere un pesante impatto sulla produzione agricola dei due giganti. In particolare negli Usa il presidente Donald Trump potrebbe risentire del contraccolpo politico generato dall’aumento dei prezzi dei fertilizzanti, destinato a riversarsi sugli agricoltori statunitensi, zoccolo duro dell’elettorato Maga.
In Europa la situazione è diversa. Oltre all’aumento dei prezzi dei fertilizzanti a pesare sulla filiera europea è anche il prezzo del gas – passato da circa 32 a quasi 52 euro per megawattora nel giro di poche settimane – che sta costringendo i produttori europei a chiudere gli impianti dato che non riescono più a sostenere economicamente la produzione, a meno di tornare ad acquistare il gas russo, nonostante le sanzioni.
Gli strascichi della guerra in Iran hanno anche rivelato un problema strutturale dell’Europa: la dipendenza dalla Russia per le forniture di fertilizzanti. In base ai dati forniti dalla Commissione Ue circa il 22% delle importazioni di fertilizzanti europee nel 2025, pari a 1,3 miliardi di euro solo nel primo semestre dell’anno, proveniva dalla Russia. I Paesi europei che dipendono maggiormente dall’importazione di prodotti russi sono la Polonia, le repubbliche baltiche e la Bulgaria. L’incertezza delle forniture dal Qatar e dagli altri Paesi del Golfo sta portando anche i Paesi dell’Europa occidentale a riconsiderare l’acquisto di fertilizzanti russi e bielorussi, nonostante siano sottoposti a dazi sanzionatori.
Per evitarlo la Commissione lo scorso febbraio ha proposto la sospensione delle tariffe generali su altri paesi al fine di facilitare l’importazione di alternative dal Nord Africa e dagli Stati Uniti. Iniziativa che però per Coldiretti non è sufficiente e infatti chiede la sospensione del CBAM, imposta finalizzata a garantire che gli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra in ambito Ue non siano contrastati da un contestuale aumento delle emissioni al di fuori dei suoi confini per le merci prodotte nei Paesi extra UE che vengono importate nell’Unione, che però metterebbe a repentaglio il futuro della produzione europea di fertilizzanti.
In Africa le interruzioni delle forniture si stanno già facendo sentire in tutto il continente. La carenza di fertilizzanti e l’aumento dei prezzi stanno costringendo gli agricoltori ad utilizzarne meno, con una conseguente resa minore delle colture. Lo scenario ricorda a grandi linee quello concretizzatosi nel 2022 a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, al tempo si registrò un drastico calo nell’uso dei fertilizzanti in Paesi come la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Kenya e il Sud Africa.
Se la situazione perdura il risultato potrebbe essere uno shock alla sicurezza alimentare in tutto il continente africano, che a sua volta potrebbe generare grandi flussi migratori spinti dalla fame verso l’Europa.