Medio Oriente
Pasdaran
La crisi iraniana continua ad allargarsi su più piani: militare, politico e interno. A Teheran cambia il volto della comunicazione dei Pasdaran, con la nomina di un nuovo portavoce dopo l’uccisione di Ali Mohammad Naini, mentre la Repubblica islamica ha eseguito altre due condanne a morte e il fronte regionale resta segnato da nuovi allarmi tra Arabia Saudita, Emirati e forze statunitensi.
Secondo l’agenzia iraniana Fars, è stato scelto Hossein Mohabi come nuovo responsabile della comunicazione dei Guardiani della Rivoluzione dopo la morte di Ali Mohammad Naini. La stessa nomina viene collegata al vuoto apertosi dopo quello che nei media iraniani viene definito il “martirio” del precedente portavoce. Reuters aveva riferito il 20 marzo della morte di Naini in raid lanciati contro l’Iran, mentre anche fonti israeliane avevano rivendicato l’eliminazione del dirigente dei Pasdaran.
La sostituzione del portavoce non è soltanto un avvicendamento formale. Arriva in una fase in cui i Pasdaran stanno cercando di mantenere compatta la propria catena di comando e il controllo del racconto pubblico del conflitto, dopo settimane di attacchi che hanno colpito vertici militari e infrastrutture sensibili della Repubblica islamica.
Sul fronte interno, i media iraniani hanno annunciato l’esecuzione di altri due uomini, Abolhasan Montazer e Vahid Bani-Amarian, indicati come appartenenti ai Mojahedin del Popolo, gruppo che Teheran considera terroristico. Reuters riferisce che i due erano stati condannati per collegamenti con l’organizzazione e per attacchi armati, nell’ambito di una nuova stretta repressiva che si inserisce nel clima di guerra e di crescente tensione politica nel Paese.
Le impiccagioni confermano una linea di ulteriore irrigidimento del regime proprio mentre il conflitto esterno alimenta instabilità interna e pressione sugli apparati di sicurezza. La scelta di procedere con nuove esecuzioni, in questo contesto, rafforza il segnale di deterrenza rivolto sia all’opposizione organizzata sia a ogni possibile dissenso interno.
Sul piano regionale, il Wall Street Journal ha riferito che l’attacco del 3 marzo contro l’ambasciata americana a Riad avrebbe provocato danni molto più seri di quanto finora ammesso pubblicamente. Secondo il giornale, due droni avrebbero colpito il compound americano causando devastazioni su tre piani, un incendio durato per ore e danni anche a un’area usata dalla Cia. La ricostruzione contrasta con la versione più prudente diffusa in precedenza dalle autorità saudite, che avevano parlato di danni limitati.
Se confermato nei suoi dettagli, questo episodio segnerebbe un salto di qualità nell’esposizione delle sedi diplomatiche e dei siti sensibili statunitensi nel Golfo. Non a caso la ricostruzione del giornale insiste sul fatto che l’attacco sia avvenuto di notte, in una zona che di giorno ospita centinaia di persone.
Nelle stesse ore il Pentagono, secondo un aggiornamento rilanciato dal Wall Street Journal, ha portato a 365 il numero dei militari statunitensi feriti dall’inizio dell’operazione Epic Fury, scattata il 28 febbraio. Il bilancio comprende 247 soldati dell’Esercito, 63 uomini della Marina, 36 dell’Aeronautica e 19 Marines, mentre i caduti risultano 13.