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Guerra Iran

Trump minaccia Teheran, l’Iran rilancia e Hormuz resta il nodo globale

Dopo il discorso del presidente Usa arrivano nuovi attacchi iraniani, la coalizione di 41 Paesi si muove sullo Stretto e cresce l’allarme energetico

03 Aprile 2026, 10:23

Trump minaccia Teheran, l’Iran rilancia e Hormuz resta il nodo globale

La nave cisterna per GPL indiana, che trasporta gas, attraccata al porto di Mumbai dopo aver attraversato lo Stretto di Hormuz

Trump Iran Hormuz torna al centro dello scontro internazionale dopo il primo discorso alla nazione del presidente degli Stati Uniti dall’inizio della guerra. Donald Trump ha sostenuto che Washington è «sulla strada per completare tutti gli obiettivi militari» in Iran e che mancherebbero «2-3 settimane», promettendo di riportare Teheran «all’età della pietra» e parlando di «vittorie rapide, decisive e schiaccianti». Ma la risposta iraniana è arrivata quasi subito, sia sul piano verbale sia su quello militare, confermando che il conflitto resta apertissimo e che il vero epicentro strategico continua a essere lo Stretto di Hormuz.

Il portavoce delle forze armate iraniane ha annunciato «attacchi devastanti» contro Stati Uniti e Israele, aggiungendo che «la guerra continuerà finché il nemico non si arrenderà ed esprimerà pieno pentimento». È il segnale più chiaro del fatto che, almeno per ora, tra i due fronti non esiste alcuno spazio pubblico di arretramento.

La risposta dell’Iran dopo il discorso di Trump

Teheran non si è limitata alle parole. Poco dopo l’intervento del presidente americano, l’Iran ha lanciato ulteriori missili su Israele e sugli Stati del Golfo, dimostrando di conservare una capacità offensiva significativa. Meno di mezz’ora dopo la fine del discorso di Trump, Israele ha dichiarato che le sue forze armate stavano già tentando di intercettare i missili in arrivo.

Subito dopo il discorso, inoltre, sono risuonate le sirene in Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della Marina Usa. I Guardiani della rivoluzione hanno poi annunciato di aver preso di mira impianti siderurgici e di alluminio collegati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un «avvertimento» e chiarendo che, se le industrie iraniane dovessero essere colpite ancora, la «prossima risposta» sarà «più dolorosa».

Nel frattempo i raid sono proseguiti in diverse città iraniane nel corso della giornata, confermando che il conflitto resta diffuso e lontano da una stabilizzazione.

Trump insiste: «L’Iran faccia un accordo prima che sia troppo tardi»

Dopo il discorso alla nazione, Trump è tornato sul tema con un post su Truth, rilanciando il tono ultimativo già usato poche ore prima. «È giunto il momento che l’Iran stringa un accordo prima che sia troppo tardi, e prima che non rimanga più nulla di quello che potrebbe ancora diventare un grande Paese!», ha scritto, accompagnando il messaggio con il video del crollo di un ponte a Karaj, a ovest di Teheran.

Il messaggio politico della Casa Bianca resta dunque quello di una pressione massima, con la guerra presentata come una campagna ormai vicina al completamento. Ma la risposta iraniana e il permanere del blocco su Hormuz mostrano che la realtà sul campo è ancora molto lontana da un esito risolto.

Hormuz, il vero centro della crisi energetica

Dall’inizio della guerra, avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele, gli attacchi dell’Iran ai Paesi vicini e il controllo esercitato sullo Stretto di Hormuz hanno compromesso l’approvvigionamento energetico globale, con effetti che vanno ben oltre il Medio Oriente.

Trump, però, nel suo discorso ha scaricato la responsabilità della riapertura sui Paesi che dipendono dal passaggio del petrolio nello stretto. «I Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono prendersi cura di quel passaggio», ha detto. E ancora: «Noi forniremo il nostro aiuto, ma spetta a loro assumere la guida nella protezione del petrolio da cui dipendono così disperatamente». Fino a spingersi a dire: «Avreste dovuto farlo insieme a noi, come vi avevamo chiesto: andate allo Stretto, prendetevelo, proteggetelo e utilizzatelo per voi stessi».

Parole che fotografano il tentativo di Washington di spingere gli alleati e i partner internazionali a farsi carico direttamente della sicurezza della via marittima più delicata del pianeta.

Nessuno vuole aprire Hormuz con la forza

Ma, almeno per ora, nessun Paese sembra disposto a tentare la riapertura di Hormuz con un’operazione militare. Il presidente francese Emmanuel Macron, parlando dalla Corea del Sud, ha definito «irrealistica» l’ipotesi di una missione di forza per «liberare» lo stretto.

Questa prudenza spiega anche perché il confronto internazionale si stia spostando soprattutto sul piano diplomatico ed economico, nella ricerca di strumenti alternativi alla guerra per sbloccare la crisi della navigazione.

La videoconferenza di 41 Paesi e la coalizione su Hormuz

È proprio per affrontare la sicurezza di Hormuz che, su iniziativa del Regno Unito, si è tenuta una videoconferenza con 41 Paesi provenienti da tutti i continenti, esclusa l’Antartide. Il dato numerico da solo misura la portata globale della crisi.

Dall’incontro è nata una coalizione multinazionale che perseguirà «la mobilitazione collettiva dell’intera gamma dei nostri strumenti diplomatici ed economici» per consentire una «apertura sicura e duratura» dello stretto, come ha spiegato la ministra britannica Yvette Cooper. Il modello evocato è quello della Coalizione dei Volenterosi per l’Ucraina, segno che Londra punta a costruire un coordinamento internazionale forte anche senza passare da una logica di intervento militare diretto.

L’Italia e il corridoio umanitario per fertilizzanti e merci

Tra i partecipanti alla videoconferenza c’era anche l’Italia, rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Insieme ad altri esponenti, tra cui il ministro olandese e la vice ministra degli Emirati, Tajani ha sostenuto la necessità di lavorare con l’Onu per creare al più presto un corridoio umanitario, soprattutto per i fertilizzanti e per tutto ciò che può servire a evitare una nuova crisi alimentare, in particolare nei Paesi africani.

Prima del meeting, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva avuto una telefonata con il premier britannico Keir Starmer, durante la quale i due avevano concordato di mantenere «un costante coordinamento per iniziative volte alla de-escalation e a garanzia della sicurezza delle rotte commerciali nell’area».

Le prossime mosse di Londra e il ruolo dell’Oman

Il governo britannico ha fatto sapere che i pianificatori militari di un numero non specificato di Paesi si incontreranno la prossima settimana per elaborare strategie da adottare una volta terminati i combattimenti. Tra queste, si parla di potenziali operazioni di sminamento e di misure di rassicurazione per la navigazione commerciale.

Nel frattempo il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha annunciato che Teheran sta elaborando un protocollo con l’Oman per monitorare il traffico nello Stretto di Hormuz. Anche questo segnala che, attorno alla crisi, si muovono canali paralleli di gestione e controllo che non coincidono né con la linea militare americana né con il solo coordinamento europeo.

La posizione della Russia e l’asse con l’Arabia Saudita

Sul fondo resta anche la postura della Russia. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov ha riferito che, per Mosca, «Hormuz è aperto». Sempre secondo il Cremlino, Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, nel quale i due hanno sottolineato «l’importanza del lavoro congiunto in corso con la Russia e l’Arabia Saudita nel formato Opec Plus per stabilizzare il mercato petrolifero globale».

Il riferimento all’Opec Plus mostra come la questione di Hormuz venga letta non solo sul piano militare ma anche come uno snodo centrale per la stabilità del mercato energetico mondiale.

Il traffico crolla del 94 per cento

Il dato forse più impressionante sul piano economico arriva dalla società di dati marittimi Lloyds List Intelligence, secondo cui dal 1° marzo il traffico attraverso lo stretto è diminuito del 94 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Due navi hanno confermato di aver pagato una tassa per passare, mentre ad altre è stato consentito il transito sulla base di accordi con i rispettivi governi.

Per aggirare Hormuz, Riad ha aumentato il trasporto di petrolio verso un porto sul Mar Rosso, mentre giovedì l’Iraq ha dichiarato di aver cominciato a trasportare il petrolio su camion attraverso la Siria fino al Mediterraneo. Segnali che mostrano come il sistema energetico stia già cercando vie alternative, pur pagando costi logistici e strategici enormi.