Prezzi dei biglietti che schizzano alle stelle, voli cancellati, aerei che restano a terra. Il settore del turismo e della logistica che vanno incontro ad una seria crisi alle porte dell’alta stagione. È questo il futuro prossimo che si prospetta per i Paesi europei se non verrà trovata una rapida soluzione che metta fine al conflitto in Medio Oriente e con esso al blocco dello Stretto di Hormuz.
La petroliera battente bandiera di Singapore, Rong Lin Wan, partita il 26 febbraio dal porto di Mina Al Ahmadi in Kuwait approderà a Rotterdam nei Paesi Bassi con il suo carico di cherosene per aerei il 9 aprile. La Rong Lin Wan è riuscita ad abbandonare il Golfo Persico poche ore prima che l’Iran ne impedisse la navigazione come rappresaglia per l’aggressione subita da Stati Uniti e Israele. E sarà l’ultima nave cisterna piena di jet fuel ad approdare in Europa fino a che lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso.
Una quota significativa dell’approvvigionamento di carburante per aerei dei Paesi europei, pari al 40%, passa attraverso lo Stretto che nelle ultime settimane è rimasto chiuso e sia flussi di greggio, gas, cherosene e fertilizzanti provenienti dalla regione, sia buona parte della loro produzione, si sono bloccati. Questo ha provocato un crollo nell’offerta che ha spinto i prezzi di riferimento del carburante per aerei nell’Europa nord-occidentale a 1.744 dollari a tonnellata, circa il doppio del prezzo registrato lo scorso anno nello stesso periodo.
Secondo i dati di S&P Global Commodities at Sea le importazioni europee di jet fuel sono state di 1.1 milioni di tonnellate a febbraio e 1.06 milioni di tonnellate a marzo, in particolare le importazioni europee di carburante per aerei sono scese a 253mila tonnellate nella settimana tra il 16 e il 22 marzo, rispetto alle 602mila tonnellate importate la settimana precedente, mentre per aprile è previsto l'arrivo in Europa di 368mila tonnellate di carburante per aerei. Una contrazione significativa che preoccupa gli operatori del settore dell’aviazione, soprattutto per l’aumento dei prezzi che rischia di ripercuotere i suoi effetti su tutta la catena di approvvigionamento.
E le prime conseguenze iniziano già a farsi sentire. Ne sa qualcosa Lufthansa, che sta valutando la possibilità di mettere a terra 20 aerei per il momento e se necessario, fino a 40. «Vogliamo essere preparati per tempo», ha affermato l’amministratore delegato, Carsten Spohr. Sebbene la compagnia di Francoforte abbia coperto l’80% del suo fabbisogno di carburante contro le fluttuazioni dei prezzi, l’aumento del solo prezzo del cherosene comporterà costi aggiuntivi per 1,5 miliardi di euro per il restante volume di carburante e la compagnia si trova costretta ad aumentare i prezzi dei biglietti.
Per trovare una soluzione che li porti fuori dal ginepraio in cui sono stati trascinati dall’alleato americano, 40 Paesi hanno partecipato ad una riunione organizzata dal Regno Unito, assieme ad alcuni pianificatori militari per valutare come «mobilitare le capacità di difesa collettive», inclusi interventi di sminamento e sicurezza post-conflitto, per affrontare la chiusura dello Stretto di Hormuz. Aprendo l’incontro, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper ha chiarito che il focus immediato resta sulle misure diplomatiche e di pianificazione internazionale, con una «mobilitazione collettiva» per garantire la sicurezza di navi ed equipaggi e una riapertura «sicura e duratura» delle rotte.
Cooper ha accusato l’Iran di aver «dirottato una rotta marittima internazionale per tenere in ostaggio l'economia globale», evidenziando l’impatto sulle forniture energetiche e commerciali globali, dal gas, ai fertilizzanti, al carburante per aerei. «Questa imprudenza iraniana non sta solo incidendo su mutui, prezzi della benzina e costo della vita, ma sta colpendo la sicurezza economica globale», ha aggiunto Cooper. Ma oltre a cercare soluzioni creative per uscire dall’impasse causato dalla chiusura di Hormuz, i Paesi europei hanno iniziato a muoversi alla ricerca di fornitori alternativi. Una di queste sembrerebbe essere la Nigeria, che si starebbe dimostrando come una valida opzione agli Stati del Golfo.
«Il sistema non si ferma, si riorganizza. Si tratta più di una questione di riorientamento e adeguamento dei prezzi, piuttosto che di una vera e propria carenza», ha dichiarato Matt Stanley di Kpler, società di analisi di dati specializzata nel settore commerciale, «la maggior parte dei Paesi europei sono stati nostri principali acquirenti». Il quotidiano nigeriano Punch, citando una fonte della raffineria di Dangote, riporta che diversi Paesi europei dall’inizio della guerra Tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno iniziato ad acquistare carburante per aerei dall’impianto di Lekki, a Lagos; e indica che lunedì un carico di carburante per aerei proveniente dalla Nigeria è arrivato a Milford Haven, nel Regno Unito, evidenziando un rimpasto delle catene di approvvigionamento globali. Se l’aumento dei prezzi è un'inevitabile conseguenza del blocco do Hormuz, l’annunciata carenza di cherosene dovrebbe dunque essere contenuta dal riorientamento della catena d’approvvigionamento europea.