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Medio Oriente

Nuove esecuzioni in Iran, il Ncri teme un massacro di prigionieri politici

Mohammad Mohaddessin parla di un possibile scenario simile al 1988 e chiede a Onu, Usa e Ue di intervenire subito

02 Aprile 2026, 12:25

Nuove esecuzioni in Iran, il Ncri teme un massacro di prigionieri politici

Mohammad Mohaddessin

Le esecuzioni in Iran tornano al centro dell’allarme internazionale dopo la denuncia del Consiglio nazionale della resistenza dell’Iran (Ncri), che parla del rischio di una nuova stagione di repressione politica su larga scala. A lanciare l’allarme è Mohammad Mohaddessin, presidente della Commissione per gli affari esteri del Ncri, secondo cui l’attuale ondata di esecuzioni potrebbe rappresentare il preludio a un massacro simile a quello del 1988, quando il regime iraniano, secondo la ricostruzione dell’organizzazione, giustiziò in massa 30.000 prigionieri politici.

Nel corso di una videoconferenza, Mohaddessin ha collegato il momento attuale a quel precedente storico, sostenendo che anche oggi il regime stia reagendo a una situazione di forte pressione interna ed esterna con una nuova escalation repressiva. Il riferimento va a una fase che, nella lettura del Ncri, potrebbe trasformarsi in un nuovo passaggio drammatico per i detenuti politici rinchiusi nelle carceri iraniane.

Il timore di un nuovo 1988

Secondo Mohaddessin, la nuova ondata di esecuzioni politiche rischia di essere «un preludio a un massacro di prigionieri politici, simile a quello del 1988, quando il regime, di fronte alle conseguenze della sua sconfitta nella guerra con l’Iraq, eseguì esecuzioni di massa in cui 30.000 prigionieri politici furono giustiziati».

Il dirigente del Ncri ricorda inoltre che, secondo la ricostruzione dell’organizzazione, oltre il 90 per cento delle vittime di quel massacro erano membri del Mek, il movimento che continua a rappresentare uno dei principali riferimenti della resistenza iraniana in esilio. Il richiamo a quella fase storica serve a rafforzare la denuncia attuale e a presentare le recenti esecuzioni come un segnale di possibile radicalizzazione ulteriore del potere iraniano.

L’appello urgente a Onu, Usa e Unione europea

Mohaddessin ha rivolto un appello diretto alle alte cariche di Onu, Stati Uniti e Unione europea, chiedendo «azioni urgenti per fermare l’esecuzione dei prigionieri politici in Iran». L’urgenza, nella sua ricostruzione, riguarda soprattutto due esponenti del Mek che si troverebbero in una situazione imminente di rischio.

Si tratta di Abolhassan Montazer, 67 anni, e Vahid Bani Amerian, 33 anni, che secondo quanto riferito restano nel braccio della morte. Accanto a loro, la Corte Suprema iraniana avrebbe confermato anche le condanne a morte di altri quindici membri del Mek, in attesa di esecuzione. Il quadro descritto dal Ncri è dunque quello di un’azione repressiva non limitata a casi isolati, ma inserita in una strategia più ampia di intimidazione e annientamento della resistenza.

Le quattro esecuzioni già avvenute

Il contesto evocato dal Ncri è segnato anche da quattro esecuzioni già avvenute e richiamate come prova della gravità del momento. I nomi indicati sono quelli di Mohammad Taghavi, Akbar Daneshvarkar, Babak Alipour e Pouya Ghobadi, tutti definiti membri del Mek.

Per Mohaddessin, queste esecuzioni rappresentano un passaggio già molto avanzato della repressione in corso. Non si tratterebbe, quindi, soltanto di una minaccia futura, ma di un processo già in atto che potrebbe intensificarsi ulteriormente se non arrivassero pressioni e interventi internazionali.

Le proteste di gennaio e i duemila scomparsi

Nella sua ricostruzione, Mohaddessin collega la repressione anche agli sviluppi delle proteste di gennaio. Secondo quanto ha dichiarato, oltre 2.000 membri della resistenza sarebbero scomparsi durante quella fase. È un dato che, nella narrazione del Ncri, conferma il livello di durezza raggiunto dalla risposta del regime di Teheran.

Lo stesso esponente dell’opposizione sostiene però che, nonostante questa pressione, l’organizzazione continui a restare attiva in tutte e 31 le province del Paese. Le unità della resistenza, ha spiegato, «si stanno trasformando in un esercito di liberazione». È una definizione che punta a rappresentare il movimento non più soltanto come rete clandestina o struttura politica, ma come forza organizzata capace di incidere concretamente sul terreno dello scontro con il regime.

Le operazioni rivendicate dalla resistenza

Mohaddessin ha anche fornito numeri molto precisi per descrivere l’azione delle unità della resistenza. Secondo la sua ricostruzione, solo nell’ultimo anno queste forze avrebbero condotto 4.092 operazioni anti-repressione. Durante la rivolta di gennaio, inoltre, avrebbero portato avanti 630 operazioni per affrontare le forze repressive del regime e proteggere i manifestanti.

Questi dati vengono presentati dal Ncri come prova della crescita della resistenza interna e della capacità organizzativa del Mek. Nella loro lettura, le esecuzioni non sarebbero quindi soltanto una risposta punitiva, ma il segno della paura del regime davanti a una forza che, secondo l’organizzazione, sta aumentando il proprio radicamento e la propria efficacia sul territorio.

Rajavi: «Il principale nemico del regime è il popolo iraniano»

A rafforzare questa interpretazione intervengono anche le parole attribuite alla leader del movimento, Maryam Rajavi, secondo cui le esecuzioni «riflettono la paura e la disperazione del regime clericale di fronte a una popolazione infuriata e al crescente sostegno alle unità di resistenza e all’esercito di liberazione».

Nella stessa ricostruzione, condurre esecuzioni «nel mezzo di una guerra esterna» verrebbe letto come «una chiara ammissione che il principale nemico del regime è il popolo iraniano e la sua resistenza». Rajavi sostiene inoltre che il regime stia tentando di sfruttare il conflitto esterno per mascherare le proprie crisi interne, ma che non potrà evitare il suo «inevitabile rovesciamento da parte del popolo e della resistenza».