Esteri
DANNI AL PALAZZO DEL GOLESTAN A TEHERAN ATTACCO ISRAELIANO E STATUNITENSE GUERRA IRAN USA ISRAELE STATI UNITI D'AMERICA CONFLITTO
Trump-Iran? La tregua torna al centro della crisi mediorientale in una fase in cui la guerra continua a muoversi tra annunci clamorosi, smentite immediate e pressioni internazionali sullo Stretto di Hormuz. A riaccendere il fronte diplomatico è stato ancora una volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Truth ha sostenuto che il presidente del nuovo regime iraniano avrebbe appena chiesto agli Usa un cessate il fuoco. Ma da Teheran è arrivata una replica secca, che bolla l’ipotesi come «falsa e infondata».
La distanza tra le due versioni mostra quanto il quadro resti instabile. Da una parte Washington lascia filtrare l’idea di una possibile tregua, dall’altra l’Iran continua a rivendicare il controllo dello stretto e non offre segnali pubblici di arretramento. Sullo sfondo si muovono Arabia Saudita, Regno Unito, Onu e Paesi europei, mentre il nodo energetico resta il vero cuore della crisi.
Nel suo messaggio, Trump ha scritto che «il presidente del nuovo regime iraniano, molto meno radicalizzato e ben più intelligente dei suoi predecessori, ha appena chiesto agli Stati Uniti d’America un cessate il fuoco!». Ma lo stesso presidente americano ha subito chiarito che la posizione di Washington dipenderà da ciò che accadrà su Hormuz.
Gli Stati Uniti, ha spiegato, valuteranno la situazione «quando lo Stretto di Hormuz sarà aperto, libero e sicuro». Fino ad allora, ha aggiunto con il suo consueto linguaggio brutale, «stiamo distruggendo l’Iran o, come si dice, lo stiamo riportando all’età della pietra». È un passaggio che rende evidente come l’eventuale tregua venga subordinata non tanto a un’intesa politica generale, quanto al ripristino della libertà di navigazione in uno dei punti strategici più delicati del pianeta.
Secondo il testo, il possibile cessate il fuoco sarebbe stato al centro anche di una telefonata tra Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Un dettaglio che conferma il ruolo crescente dell’Arabia Saudita come snodo diplomatico e regionale in questa fase del conflitto.
Ma l’annuncio del presidente americano è stato smentito quasi subito dall’Iran. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha liquidato l’ipotesi di una richiesta di tregua come «falsa e infondata». Una replica che riporta il confronto al punto di partenza e mostra ancora una volta quanto il linguaggio politico e quello militare continuino a procedere su binari divergenti.
A rendere ancora più netta la smentita iraniana sono le parole dei pasdaran, che non hanno mostrato alcuna intenzione di arretrare sullo stretto. Le Guardie della rivoluzione hanno assicurato di avere «saldamente e pienamente» sotto il loro controllo la via di navigazione e hanno aggiunto che non basta una delle «ridicole esibizioni del presidente degli Stati Uniti» per ottenere la riapertura di Hormuz.
È una posizione che conferma come, almeno sul piano pubblico, l’Iran continui a considerare lo stretto una leva decisiva del confronto. Non solo un passaggio marittimo, ma uno strumento di pressione strategica in grado di colpire mercati energetici, traffico commerciale e rapporti internazionali.
Di fronte al permanere del blocco e all’incertezza sul campo, il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato per questa settimana una conferenza diplomatica internazionale ospitata dal Regno Unito, con l’obiettivo di discutere le modalità per riaprire Hormuz.
L’iniziativa arriva dopo l’impegno espresso da 35 Paesi firmatari di una dichiarazione di intenti. Tra questi c’è anche l’Italia, che parteciperà alla conferenza presieduta dalla ministra degli Esteri Yvette Cooper. Sul tavolo non ci sarà soltanto la riapertura dello stretto, ma anche la definizione di piani di sicurezza per il periodo successivo alla fine della guerra.
Il passaggio britannico segnala il tentativo di spostare almeno una parte della pressione dal piano strettamente militare a quello diplomatico, in un momento in cui il rischio di allargamento del conflitto resta elevato.
Una nuova proposta per la riapertura di Hormuz sarà votata giovedì anche dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Secondo la bozza diffusa dal Bahrein e citata nel testo, verrebbe eliminato il riferimento a un’autorizzazione esplicita all’azione militare sostenuta dalle Nazioni Unite.
La scelta avrebbe un obiettivo politico preciso: convincere a votare a favore anche i Paesi più vicini all’Iran, come Cina e Russia, che finora si sono opposti alle risoluzioni precedenti. È una mossa che punta a costruire un consenso più ampio, sacrificando però la componente più aggressiva del testo.
Diversa la linea attribuita agli Emirati Arabi Uniti, che secondo il Wall Street Journal sarebbero favorevoli a un intervento armato nello stretto. Una posizione che, se confermata, sancirebbe il loro ingresso diretto nel conflitto e aggiungerebbe un nuovo elemento di pressione militare nel Golfo.
Il blocco di Hormuz imposto dall’Iran da settimane continua intanto ad avere effetti immediati sul prezzo del petrolio. Interpellato sul problema, Trump ha risposto con una formula semplice e provocatoria: «Tutto ciò che devo fare è lasciare l’Iran e lo faremo molto presto, così i prezzi crolleranno».
Il presidente ha anche ipotizzato che gli Stati Uniti possano ritirarsi «entro due o tre settimane», lasciando intravedere uno scenario ancora mobile, nel quale Washington continua a oscillare tra pressione massima, annuncio di tregua e prospettiva di disimpegno.