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Esteri

Pakistan, la Corte valida il matrimonio della 13enne cristiana convertita

Respinto il ricorso del padre di Maria Bibi. Protestano Chiesa, attivisti e commissioni per i diritti delle minoranze religiose

01 Aprile 2026, 10:47

Pakistan, la Corte valida il matrimonio della 13enne cristiana convertita

Il caso di Maria Bibi riaccende in Pakistan il dibattito sui matrimoni infantili, sulle conversioni religiose e sulla tutela delle minoranze. La Corte costituzionale federale, presieduta dal giudice Syed Hasan Azhar Rizvi, ha riconosciuto la validità del matrimonio tra la ragazza cristiana di 13 anni e un uomo musulmano identificato come Shehryar Ahmad, respingendo anche l’istanza di habeas corpus presentata dal padre, che chiedeva il rilascio della figlia.

La decisione giudiziaria ha confermato i precedenti rigetti emessi a Lahore e ha stabilito che la giovane, convertitasi all’Islam, dovesse essere considerata maggiorenne e quindi legittimamente affidata al marito. Una conclusione che ha suscitato forti reazioni tra rappresentanti della Chiesa cattolica, organismi per la giustizia e la pace e attivisti per i diritti umani, che denunciano gravi vuoti normativi e chiedono riforme immediate.

Respinto il ricorso del padre di Maria Bibi

Il padre della ragazza, Shahbaz Masih, cristiano residente a Lahore, aveva chiesto alla giustizia il rilascio della figlia sostenendo che fosse minorenne e trattenuta illegalmente dopo un matrimonio ritenuto invalido. La sua istanza, però, è stata considerata nulla dalla Corte costituzionale federale.

Il ricorrente si era rivolto inizialmente a un giudice di sessione aggiuntivo di Lahore ai sensi della sezione 491 del Codice di procedura penale, ma il ricorso era stato respinto il 9 ottobre 2025. Anche un successivo passaggio davanti all’Alta Corte di Lahore si era chiuso con un rigetto il 17 ottobre 2025. A quel punto il padre aveva deciso di rivolgersi alla Corte costituzionale federale, che ora ha confermato quella linea.

La posizione della ragazza e la conversione all’Islam

Nel corso delle indagini, Maria Bibi è comparsa davanti a un magistrato dichiarando di aver sposato Shehryar Ahmad di sua spontanea volontà e di non essere stata rapita. Proprio su queste dichiarazioni si è fondata una parte rilevante della decisione.

La Corte ha inoltre osservato che la giovane aveva abbracciato l’Islam e ha sottolineato che, per la conversione, non erano necessari rituali formali ulteriori rispetto alla dichiarazione di fede. Sono stati ritenuti sufficienti una dichiarazione giurata allegata al Nikahnama, il tradizionale contratto matrimoniale islamico, e un certificato del Darul-Afta Ahle-Sunnat, centro religioso sunnita, come prova della conversione.

Questo passaggio è uno dei punti più contestati da chi critica la sentenza, perché si inserisce in un quadro particolarmente sensibile che riguarda ragazze minorenni appartenenti a minoranze religiose.

La denuncia iniziale per rapimento

Shahbaz Masih aveva presentato una denuncia ai sensi degli articoli 363 e 365-B del Codice penale pakistano, denunciando il rapimento della figlia. Ma la dichiarazione resa dalla ragazza davanti all’autorità giudiziaria ha portato i giudici a ritenere che non vi fosse stata costrizione e che il matrimonio fosse stato contratto volontariamente.

La Corte costituzionale federale ha così ritenuto che Maria Bibi fosse sotto la legittima custodia del marito. Una conclusione che, sul piano giudiziario, chiude questo passaggio processuale ma che sul piano pubblico e sociale ha acceso una dura contestazione.

Le critiche della Chiesa cattolica e degli organismi ecclesiali

Tra le prime reazioni c’è stata quella di padre Shahzad Arshad, direttore dell’ufficio della Commissione per la Giustizia e la Pace dell’arcidiocesi di Karachi, che ha espresso «profonda preoccupazione» e una ferma condanna della decisione.

«Esprimo la mia profonda preoccupazione e condanno fermamente la recente decisione del tribunale nel caso della tredicenne cristiana Maria Shahbaz, e chiedo alle autorità giudiziarie di rivedere la loro decisione», ha dichiarato. Padre Arshad ha poi aggiunto: «In una società giusta e sicura, ogni cittadino dovrebbe ricevere protezione e giustizia senza alcuna discriminazione; è fondamentale che le indagini sui presunti casi di conversioni forzate e matrimoni di minori siano condotte con serietà e trasparenza, nel rispetto delle garanzie costituzionali».

Preoccupazione è stata espressa anche dal vescovo di Faisalabad, Indrias Rahmat, insieme alla Commissione nazionale per la giustizia e la pace, che hanno puntato l’attenzione sulle lacune dell’attuale quadro normativo.

Le richieste di riforma su matrimonio infantile e custodia delle minori

Nella dichiarazione diffusa dopo la sentenza, il vescovo e la Commissione hanno evidenziato diversi punti critici: l’assenza di disposizioni esplicite che dichiarino nulli i matrimoni infantili, la natura non obbligatoria della registrazione del matrimonio e la mancanza di linee guida chiare sulla custodia delle ragazze minorenni.

Da qui la richiesta al governo pakistano e al Parlamento di adottare misure legislative immediate per dichiarare il matrimonio infantile giuridicamente nullo e invalido, fissare l’età minima legale per contrarre matrimonio a 18 anni, garantire che l’affidamento delle minori resti esclusivamente ai genitori o a istituzioni riconosciute per la protezione dell’infanzia e rendere obbligatoria l’indagine giudiziaria e la registrazione del matrimonio.

Nel documento si chiede anche di applicare sanzioni severe nei confronti di officianti, testimoni e facilitatori eventualmente coinvolti in violenze o irregolarità.

La protesta degli attivisti e delle minoranze

Una dura reazione è arrivata anche dalla Minority Rights March di Karachi, che si è detta sconvolta e indignata per l’ordinanza emessa dal collegio di due giudici della Corte costituzionale federale. L’organizzazione sostiene che Maria sia vittima di reati come il rapimento e il matrimonio infantile e che possa essere esposta a ulteriori gravi abusi.

Sullo stesso fronte si colloca anche la dichiarazione dell’attivista per i diritti umani Danny Waqas, che ha sollevato il tema della disparità nei matrimoni interreligiosi. «Desidero esprimere la mia preoccupazione riguardo alla recente sentenza del tribunale che consente agli uomini musulmani di sposare donne cristiane. Se tali matrimoni interreligiosi sono consentiti, allora l’equità e l’uguaglianza dovrebbero valere per tutti. Sorge spontanea una domanda: se gli uomini musulmani possono sposare donne cristiane, perchè agli uomini cristiani non è consentito, allo stesso modo, sposare donne musulmane? La vera libertà religiosa dovrebbe basarsi sull'uguaglianza, sul rispetto reciproco e sulla libera scelta, non su permessi unilaterali».