Inchiesta Meazza
L’inchiesta San Siro entra in una fase decisiva e si muove ormai su un doppio binario: da una parte gli approfondimenti tecnici sui cellulari, i computer e i dispositivi sequestrati dalla guardia di finanza; dall’altra il possibile impatto politico, amministrativo ed economico del procedimento penale sulla vendita del Meazza e delle aree circostanti. È su questo doppio snodo che la Procura di Milano prova ora a ricostruire l’intera filiera dell’operazione che ha portato alla cessione dello stadio e dei terreni per 197 milioni di euro.
I magistrati milanesi stanno lavorando per rafforzare le ipotesi di turbativa d’asta e rivelazione di segreto, mentre sullo sfondo resta aperto il tema più delicato: capire se l’indagine possa mettere in discussione la tenuta stessa dell’operazione immobiliare e urbanistica che ruota attorno a San Siro.
Il primo fronte riguarda l’analisi dei dispositivi sequestrati martedì. Le fiamme gialle intendono procedere con copie forensi non invasive e hanno indicato un arco di tempo di tre mesi per estrarre il materiale ritenuto utile all’inchiesta. La ricerca dovrà svilupparsi con l’uso di 141 parole chiave, selezionate per individuare documenti di possibile interesse investigativo lungo un periodo molto ampio: dall’1 gennaio 2019, anno in cui lo stadio di Milano è stato inserito nei piani di vendita del patrimonio comunale, fino a oggi, quando risulta in corso la fase successiva alla stipula del contratto di compravendita e l’organizzazione dell’esecuzione delle opere edilizie e di bonifica.
Le verifiche non riguarderanno solo testi e documenti scritti. Gli investigatori puntano infatti anche a recuperare contenuti non testuali, come video, immagini, audio e coordinate di geolocalizzazione, nel tentativo di ricostruire i contatti, i passaggi decisionali e i movimenti attorno al dossier San Siro.
Tra le parole chiave indicate dagli inquirenti figurano nomi di persone che, a vario titolo, sono entrate nel dossier del Meazza. Ci sono Gerry Cardinale, fondatore di RedBird e proprietario del Milan, l’avvocato Alberto Toffoletto di NCTM, che ha lavorato come advisor del Comune di Milano nella delibera di vendita, e dirigenti di Palazzo Marino come Simona Collarini e Massimo Marzolla. Compaiono anche i vertici di Milan e Inter, Paolo Scaroni e Giuseppe Marotta.
Nell’elenco figurano inoltre espressioni legate ai passaggi tecnici e amministrativi dell’operazione, come Pavi, il Piano delle alienazioni e valorizzazioni del Comune di Milano, Legge Stadi, interesse culturale semplice, vincolo, Soprintendenza, ma anche Politecnico e Bocconi, università che hanno collaborato alle stime del prezzo dell’area pubblica ceduta e al dibattito sull’abbattimento o meno del Meazza.
Tra le keyword individuate ve ne sono alcune che potrebbero spingere l’indagine oltre il piano amministrativo e procedurale, aprendo nuovi filoni sugli aspetti economico-finanziari. In particolare compare l’espressione Ultimate Beneficial Owner, tradotta come beneficiario o titolare effettivo, cioè la persona fisica che si trova dietro una società o dietro determinati capitali.
È un tema da anni al centro delle contestazioni di comitati, avvocati, professionisti e politici che hanno denunciato la scarsa trasparenza dell’operazione stadio, sostenendo che i fondi proprietari di Milan e Inter, così come altri fondi esteri attivi nel real estate milanese e italiano, non abbiano mai dichiarato apertamente i propri titolari effettivi, anche a causa di ambiguità normative.
Gli inquirenti precisano che l’elenco di parole chiave è stato costruito per «garantire la ricerca mirata» dei soli documenti rilevanti, evitando acquisizioni invasive non pertinenti. Un chiarimento che pesa soprattutto alla luce del fatto che tra gli indagati figura anche l’avvocata Ada Lucia De Cesaris, soggetto tenuto al segreto professionale con i clienti e titolare, nei suoi dispositivi, di una mole di materiale che potrebbe riguardare molti altri dossier pubblici e privati degli ultimi quindici anni.
Il secondo nodo dell’inchiesta riguarda gli effetti concreti del procedimento penale sull’operazione di vendita. Nella delibera era stato infatti inserito uno “scudo penale” richiesto dai club: una clausola che consente alle squadre di rescindere il contratto se sull’operazione dovessero intervenire «indagini o procedimenti penali che impediscano l’inizio dei lavori nei tempi concordati» oppure che mettano in discussione la «bancabilità del progetto».
Nel contratto di compravendita siglato il 5 novembre 2025, relativo al Meazza e ai 280mila metri quadrati di aree e immobili circostanti, si legge che se nei primi nove mesi dalla stipula, quindi entro agosto 2026, dovessero emergere indagini o procedimenti penali tali da compromettere la bancabilità del progetto e la possibilità di finanziare e avviare i lavori, ciascuna parte potrà recedere dal contratto entro i successivi trenta giorni.
È questo il punto che rende l’inchiesta particolarmente delicata: non si tratta solo di accertare eventuali responsabilità penali, ma anche di capire se il procedimento possa produrre effetti diretti su un’operazione amministrativa e urbanistica già formalmente chiusa.
Resta da capire se l’indagine sulla presunta procedura pilotata dai vertici del Comune di Milano, insieme ad advisor e consulenti delle squadre, a favore di rossoneri e nerazzurri, possa portare all’annullamento o comunque mettere in seria discussione un atto amministrativo approvato a maggioranza da Palazzo Marino. Sulla stessa operazione pendono peraltro ancora diversi ricorsi al Tar della Lombardia promossi da comitati e ambientalisti.
Un eventuale passo indietro sull’operazione avrebbe conseguenze rilevanti. Non riguarderebbe solo la restituzione al Comune dell’area della Grande Funzione Urbana San Siro, ma anche il rimborso di quanto eventualmente già versato, oltre all’indennità per l’utilizzo dello Stadio Meazza e al tema dell’affitto dello stadio per i prossimi cinque anni. In altre parole, il procedimento penale potrebbe avere riflessi molto concreti sul piano patrimoniale e gestionale.
In serata sulla vicenda è intervenuto anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che ha scelto una linea di prudenza ma allo stesso tempo di difesa dell’operato del Comune. «Al momento non abbiamo sufficienti elementi conoscitivi se non quelli che stiamo apprendendo dai media» ma «ci sembra giusto chiarire alcuni aspetti», ha detto.
Per il primo cittadino, il dato centrale è che «da quel che si capisce, non c’è il minimo riferimento a ipotesi corruttive e ciò è di fondamentale importanza». Sala ha poi spiegato che la Legge Stadi e le procedure di partenariato pubblico privato richiedono interlocuzioni preliminari con i club calcistici, che vanno quindi considerate «fisiologiche».
Il sindaco ha concluso affermando di attendere con fiducia lo sviluppo delle indagini, ritenendo che gli uffici abbiano operato «in buona fede e per il bene di Milano». E ha rivendicato la logica di fondo dell’operazione: evitare il rischio che le due società calcistiche lasciassero la città, attraverso una trattativa «estremamente lunga, complessa, dura e condotta nell’esclusivo interesse pubblico».