Tensione globale
Trump
Trump Hormuz diventa il nuovo fronte politico e militare di una crisi che continua ad allargarsi. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad alzare i toni contro gli alleati occidentali e contro tutti quei Paesi che, a suo dire, non avrebbero risposto alla chiamata americana nel confronto con l’Iran e nella partita per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Con un messaggio pubblicato su Truth, il capo della Casa Bianca ha invitato i partner internazionali a scegliere tra due strade: acquistare carburante per aerei dagli Stati Uniti oppure trovare il coraggio di andare direttamente nello stretto a prenderselo.
Le parole del presidente americano arrivano mentre il conflitto resta apertissimo, gli attacchi incrociati continuano e i tentativi diplomatici si spostano verso Pechino, dove Cina e Pakistan hanno provato a disegnare una piattaforma politica per fermare l’escalation.
Nel suo intervento, Trump ha rivolto un messaggio diretto agli alleati e «a tutti quei paesi che non riescono a procurarsi il carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz». Il consiglio è stato netto: «Compratelo dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza» oppure «tirate fuori un pò di coraggio, andate nello Stretto di Hormuz, prendetevelo e basta».
Ma il punto politico più pesante del post è l’attacco ai partner occidentali che, secondo il presidente, non avrebbero sostenuto fino in fondo la linea americana. Trump ha citato esplicitamente il Regno Unito, accusato di essersi rifiutato di partecipare alla «decapitazione dell’Iran», e la Francia, definita «molto poco collaborativa». Da qui l’avvertimento: «Dovrete iniziare a imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non ci siete stati per noi».
Il linguaggio scelto dalla Casa Bianca segna così un salto ulteriore nella pressione politica sugli alleati, chiamati da Trump non solo a condividere i costi del confronto, ma anche ad assumersi in prima persona il peso operativo della crisi nel Golfo.
Tra i punti sollevati da Trump c’è anche l’accusa rivolta a Parigi di non aver consentito agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il territorio francese. Un’accusa che l’amministrazione francese ha però respinto.
Secondo quanto riportato nel testo, fonti francesi hanno smentito le parole del presidente americano, chiarendo che le condizioni per gli atterraggi di velivoli statunitensi non sono cambiate. Resterebbe infatti possibile l’atterraggio dei soli aerei da trasporto logistico nelle basi di Istres e Avord. Anche l’Eliseo si è detto «sorpreso» dal contenuto del post, ribadendo che la posizione della Francia non ha subito modifiche.
Questo passaggio mostra come la crisi stia producendo anche frizioni profonde dentro il fronte occidentale, con accuse pubbliche e smentite ufficiali che rendono ancora più instabile il quadro politico attorno alla guerra.
Lo Stretto di Hormuz continua a essere il punto più sensibile dello scontro. Trump insiste su un maggiore impegno degli alleati per riaprire la via di navigazione, anche se, secondo quanto riferito, il Washington Post avrebbe rivelato che il presidente americano potrebbe anche fermare la guerra senza il preventivo sblocco dello stretto.
Alla domanda se intenda abbandonare il tentativo di costringere l’Iran a riaprire Hormuz, Trump ha risposto: «Prima o poi lo farò, ma non è ancora il momento». La frase conferma che il presidente continua a tenere aperte entrambe le opzioni: da una parte la pressione militare e commerciale, dall’altra la possibilità di una svolta politica in una fase successiva.
Il controllo dello stretto, del resto, è diventato il simbolo delle ricadute globali della crisi. Non riguarda più soltanto l’equilibrio militare nella regione, ma anche la sicurezza energetica internazionale e la tenuta delle rotte marittime.
Mentre Trump attacca gli alleati, Teheran continua a rispondere alzando il livello dello scontro. L’Iran ha accusato Israele e Stati Uniti di colpire aziende farmaceutiche e ha annunciato di essere pronto a prendere di mira le aziende tecnologiche americane presenti nella regione.
Secondo una nota delle Guardie Rivoluzionarie, nel mirino ci sarebbero quindici aziende, tra cui Boeing, Tesla, Meta, Google e Apple, che dovrebbero aspettarsi «la distruzione delle rispettive unità in risposta a ogni atto terroristico in Iran, a partire dalle 20 ora di Teheran di mercoledì 1° aprile». Una minaccia che allarga ulteriormente il perimetro della crisi, spostandolo dal terreno strettamente militare a quello economico e simbolico.
In questo quadro, la guerra non si limita più ai raid o ai bersagli infrastrutturali, ma si estende anche alle grandi aziende e agli interessi economici collegati agli Stati Uniti nella regione.
La notte tra lunedì e martedì è stata colpita anche una petroliera kuwaitiana ormeggiata nell’area di ancoraggio del porto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. L’attacco ha provocato danni allo scafo e ha innescato un incendio a bordo. È un episodio che conferma quanto il traffico energetico e commerciale resti esposto a una minaccia diretta.
Sul fronte libanese, l’Onu ha aperto un’indagine sull’uccisione di tre soldati Unifil nel sud del Libano. Secondo una prima ricostruzione dell’esercito israeliano, due di loro sarebbero morti a causa di un ordigno piazzato da Hezbollah. È ancora da chiarire anche il possibile collegamento con il conflitto del rapimento a Baghdad, in Iraq, della giornalista statunitense Shelly Kittleson, collaboratrice di diversi media, compresi alcuni italiani.
Sono episodi che raccontano una guerra sempre più diffusa, capace di toccare contemporaneamente fronti marittimi, militari, civili e mediatici.
Mentre sul terreno si moltiplicano attacchi e minacce, i tentativi di riportare il confronto su un piano politico si sono concentrati a Pechino. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha accolto il collega pakistano Ishaq Dar e, al termine dell’incontro, i due hanno presentato un piano in cinque punti.
La proposta prevede la cessazione immediata delle ostilità, l’impegno per impedire che il conflitto si allarghi, l’avvio di colloqui di pace nel più breve tempo possibile, la fine degli attacchi contro civili e obiettivi non militari, la tutela della sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz e la costruzione di un quadro di pace globale coerente con la Carta delle Nazioni Unite.