Sabato 28 Marzo 2026

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Maduro alla sbarra a New York, ma non può pagarsi la difesa

L’ex presidente del Venezuela accusato di narcotraffico dagli Stati Uniti che mettono sotto embargo i fondi destinati alla difesa legale

28 Marzo 2026, 09:33

10:09

Maduro, dal dopo Chávez al terzo mandato contestato

Nicolas Maduro, già presidente del Venezuela

Dopo tre mesi di isolamento carcerario Nicolas Maduro è tornato nell’aula di New York dove il 5 gennaio scorso era stato formalmente incriminato assieme alla moglie Celia Flores per traffico internazionale di droga e altri crimini affiliati, dichiarandosi «prigioniero di guerra».

L’udienza pur essendo dedicata a questioni procedurali preliminari è stata seguita con estrema attenzione dai media proprio perché rappresenta il primo momento in cui il giudice è chiamato a confrontarsi con le eccezioni sollevate dalla difesa, destinate a incidere sull’intero sviluppo del processo.

Dal rapimento/arresto del 3 gennaio Maduro è detenuto nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn, in condizioni molto dure che limitano fortemente i contatti con l’esterno: niente accesso a internet o ai giornali, comunicazioni ridotte a brevi telefonate con familiari e avvocati e una quotidianità descritta dal suo entourage come scandita dalla lettura della Bibbia e da esercizi fisici, nel tentativo di mantenere una forma di disciplina personale.

Una situazione che, al di là dell’aspetto umano, si riflette direttamente sul piano giuridico, poiché incide sulle modalità con cui l’imputato può partecipare alla propria difesa.

Le accuse formulate dalla procura statunitense delineano un quadro estremamente grave: quattro capi d’imputazione per Maduro e tre per la moglie, con l’ipotesi che l’ex capo di Stato venezuelano abbia non solo tollerato ma attivamente sostenuto un vasto sistema di traffico di stupefacenti su scala internazionale, in collaborazione con cartelli criminali e gruppi armati qualificati da Washington come «organizzazioni terroristiche».

Tuttavia, al di là della gravità delle imputazioni, il caso si distingue per le questioni giuridiche di fondo che solleva, a partire dalla legittimità stessa dell’esercizio della giurisdizione da parte degli Stati Uniti che hanno violato la sovranità di un Stato straniero. La difesa ha infatti impostato la propria strategia su un duplice livello: da un lato la contestazione nel merito delle accuse, dall’altro la denuncia di violazioni strutturali dei diritti fondamentali dell’imputato. In primo luogo, viene messa in discussione la liceità della cattura e del trasferimento di Maduro sul territorio statunitense, avvenuti al di fuori di una procedura di estradizione chiaramente riconoscibile e senza un consenso esplicito delle autorità venezuelane, sollevando così interrogativi rilevanti rispetto ai principi di sovranità statale e di non intervento che costituiscono pilastri del diritto internazionale.

Ancora più centrale, nella fase attuale, è la questione del diritto di difesa: gli avvocati dell’ex presidente sostengono che il regime di sanzioni internazionali imposto al Venezuela impedisca allo Stato di sostenere economicamente la difesa legale della coppia, determinando una limitazione concreta e sostanziale della possibilità di scegliere i propri legali e di predisporre una strategia adeguata; una situazione che, secondo questa impostazione, costituisce una violazione del sesto emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che garantisce il diritto a un’assistenza legale effettiva e libera.

Secondo la difesa si tratta di un ostacolo strutturale che compromette l’equità stessa del processo, introducendo una disparità tra accusa e difesa incompatibile con gli standard costituzionali e internazionali.

È su questo terreno che si gioca la fase attuale del procedimento, affidata alla valutazione del giudice 92enne Alvin Hellerstein, chiamato a decidere se tali eccezioni possano incidere sulla validità dell’atto d’accusa o sulle modalità di prosecuzione del processo. Pur essendo considerato improbabile un’eventuale annullamento delle accuse, la decisione avrà un peso significativo nel definire i confini entro cui si svolgerà il dibattimento, soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio tra esigenze repressive e tutela dei diritti fondamentali.

In questo senso, il procedimento in corso a Manhattan è caso paradigmatico in cui diritto penale interno e diritto internazionale entrano in tensione se non in rotta di collisione, mostrando tutte le ambiguità di un sistema che pretende di perseguire crimini globali senza disporre di un quadro condiviso e coerente di regole sulla giurisdizione e sulla cooperazione tra Stati, e in cui la stessa efficacia dell’azione repressiva rischia di entrare in conflitto con il rispetto dei diritti fondamentali dell’imputato, primo fra tutti quello a una difesa piena ed effettiva, senza il quale ogni pretesa di giustizia finisce inevitabilmente per indebolirsi sul piano della legittimità.

Nel frattempo, le ripercussioni del caso continuano a manifestarsi anche sul piano politico, con mobilitazioni in Venezuela a sostegno dell’ex presidente e una fase di riorganizzazione del potere guidata da Delcy Rodríguez che sembra aver scambiato la sorte di Maduro con la promessa di pace da parte dell’amministrazione Trump che da tre mesi dà l’impressione di controllare il Venezuela con il telecomando.