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Escalation regionale

L'Iran allarga il conflitto, morti negli Emirati e pressione sul Golfo

Due vittime ad Abu Dhabi, condanne dai Paesi arabi, nuovi timori su Hormuz e Trump minaccia Teheran con un’escalation militare

26 Marzo 2026, 09:32

L'Iran allarga il conflitto, morti negli Emirati e pressione sul Golfo

Attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele a Teheran

L’asse Iran Golfo entra in una fase ancora più pericolosa dopo l’attacco missilistico che ha colpito gli Emirati Arabi Uniti, provocando due morti e tre feriti ad Abu Dhabi. A rendere ancora più grave il quadro non è soltanto il bilancio delle vittime, ma il fatto che il missile fosse stato intercettato e che siano stati i frammenti caduti su Sweihan Road a causare morti e danni. Un episodio che conferma come la guerra stia ormai travolgendo in modo diretto i Paesi del Golfo, con conseguenze militari, diplomatiche ed economiche sempre più ampie.

L’attacco ha alimentato una reazione durissima nel mondo arabo, mentre sullo sfondo si moltiplicano i tentativi di mediazione, le pressioni incrociate su Washington e Teheran e i timori per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ormai al centro di una crisi che minaccia gli equilibri regionali e il commercio globale.

Due morti negli Emirati e il conflitto che si allarga

Le autorità emiratine hanno confermato che due persone sono morte e altre tre sono rimaste ferite ad Abu Dhabi. Il missile iraniano, pur intercettato, ha provocato vittime per la caduta dei detriti. L’episodio segna un ulteriore salto di qualità nella crisi, perché porta il costo umano della guerra dentro uno dei principali Stati del Golfo, finora esposto soprattutto sul piano della minaccia strategica.

L’impatto di questo attacco va oltre il dato immediato. Colpire anche indirettamente territori non coinvolti in prima linea nel conflitto significa estendere il senso di vulnerabilità in tutta l’area e rendere più fragile qualsiasi tentativo di contenimento politico o militare.

Arabia Saudita e Marocco guidano la condanna araba

La risposta diplomatica dei Paesi arabi è stata netta. Il Marocco, attraverso il suo rappresentante permanente all’Onu a Ginevra Omar Zniber, ha condannato quelli che definisce «attacchi odiosi» condotti dall’Iran contro diversi Paesi arabi. Secondo Rabat, le azioni iraniane costituiscono una «violazione flagrante» della sovranità di Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, oltre a rappresentare una minaccia inaccettabile per la sicurezza regionale.

Zniber ha ricordato che il re Mohammed VI ha espresso «piena solidarietà ai Paesi colpiti», accusando inoltre Teheran di portare avanti un più ampio schema di attività destabilizzanti, compreso il sostegno a gruppi estremisti e separatisti. Il diplomatico ha condannato anche gli attacchi contro aree civili e infrastrutture critiche, così come le operazioni contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz.

Anche l’Arabia Saudita, attraverso il rappresentante permanente presso le Nazioni Unite a Ginevra Abdul Mohsen Majed bin Khothaila, ha parlato di «palesi attacchi iraniani» contro il Regno, altri Stati del Golfo e la Giordania. Il diplomatico ha definito le azioni iraniane una violazione della sovranità statale e dell’integrità territoriale, parlando apertamente di aggressione ingiustificabile.

Diplomazia in movimento tra Pakistan, Egitto e Golfo

Mentre si moltiplicano le condanne, cresce anche l’attività diplomatica per evitare un ulteriore allargamento del conflitto. Un funzionario pakistano ha riferito che Israele avrebbe rimosso il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dalla lista degli obiettivi da colpire, dopo l’intervento di Islamabad su Washington. Secondo questa ricostruzione, il Pakistan avrebbe fatto presente agli Stati Uniti che l’eliminazione di queste figure avrebbe reso impossibile qualsiasi interlocuzione futura.

Sul fronte arabo, il primo ministro iracheno Mohammed Shia al Sudani e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani hanno ribadito, in una telefonata del 25 marzo, il loro rifiuto di ogni tentativo di ampliare il conflitto. Entrambi hanno sottolineato la necessità di rafforzare il coordinamento arabo per affrontare le ricadute della guerra sulla sicurezza regionale, sui mercati energetici, sulle catene di approvvigionamento e sul commercio globale.

L’Egitto si sta intanto proponendo come uno dei principali mediatori. Il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha spiegato che il Cairo è in contatto con Washington e Teheran per favorire negoziati diretti, nella convinzione che la diplomazia resti l’unica strada praticabile per fermare la guerra. Abdelatty ha parlato di «ultima opportunità» per evitare un conflitto regionale più ampio e un rallentamento dell’economia mondiale. Lo stesso ministro ha avuto colloqui separati con i responsabili degli Esteri di Arabia Saudita e Bahrein, ribadendo il sostegno egiziano ai Paesi del Golfo e chiedendo una de-escalation immediata.

Hormuz, navigazione sotto pressione e timori globali

Uno dei punti più delicati resta lo Stretto di Hormuz, diventato il simbolo della portata globale della crisi. Il Marocco ha denunciato le interruzioni del traffico commerciale nell’area, sostenendo le misure adottate dall’Organizzazione marittima internazionale per tutelare la libertà di navigazione. Il testo di risoluzione sostenuto da Rabat al Consiglio dei diritti umani mette in evidenza il grave impatto degli attacchi su infrastrutture energetiche, trasporti, acqua e sistemi alimentari, con effetti diretti sui diritti umani e sulle condizioni di vita delle popolazioni più vulnerabili.

Anche l’Egitto ha insistito sulla necessità di proteggere le principali rotte di navigazione e garantire stabilità nel Mar Rosso, ribadendo che il coordinamento tra gli Stati costieri è essenziale per difendere i flussi commerciali globali. Il rischio è ormai evidente: un conflitto regionale che incide direttamente sul prezzo dell’energia, sulla sicurezza alimentare e sulle catene internazionali di approvvigionamento.

Trump alza la minaccia, ma resta l’incognita dei negoziati

Sul versante statunitense, il quadro appare sempre più incerto e aggressivo. La portavoce della Casa Bianca Caroline Leavitt ha dichiarato che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran «più duramente di quanto non sia mai stata colpita prima» se Teheran non raggiungerà un accordo per porre fine al conflitto. «Il presidente Trump non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno», ha detto.

Secondo quanto riferito, Donald Trump sarebbe disposto anche a ordinare l’invio di truppe americane sul suolo iraniano, pur esitando davanti al rischio di aumentare ulteriormente il numero di militari statunitensi feriti o uccisi. Finora, quasi 300 americani sono rimasti feriti e 13 sono morti. Il Pentagono sta schierando migliaia di soldati di terra in Medio Oriente per offrire al presidente diverse opzioni operative, compresa la possibilità di raid mirati all’interno dell’Iran o sulle isole lungo la costa meridionale del Paese.

Accanto alla minaccia militare, però, resta aperta la pista diplomatica. La Cina, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, ha esortato Iran e Usa a lavorare nella stessa direzione e a «creare le condizioni per avviare colloqui di pace veramente significativi e sinceri». Pechino chiede di cogliere l’opportunità di pace e promuovere la cessazione delle ostilità, evitando un’ulteriore escalation.

Il fronte parallelo: Libano, Regno Unito e Russia

La guerra continua intanto a produrre effetti collaterali su altri fronti. Nel sud del Libano, un sergente capo israeliano di 21 anni è morto in uno scontro a fuoco con gli Hezbollah. Sale così a tre il numero dei militari israeliani caduti dall’inizio della nuova offensiva di terra contro Hezbollah nel sud del Paese dei Cedri.

Nel Regno Unito, gli ex direttori di Mi6, Mi5 e Gchq hanno criticato il premier Keir Starmer per la «persistente riluttanza» a inserire i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche vietate. Secondo gli ex vertici dell’intelligence britannica, si tratta di un passo necessario per difendere la sicurezza nazionale e le istituzioni democratiche del Paese.

Sul piano internazionale pesa anche il ruolo della Russia. Secondo quanto riferito, Mosca starebbe per completare una spedizione graduale di droni, medicinali e cibo all’Iran. Fonti citate nel testo sostengono che funzionari russi e iraniani abbiano discusso segretamente la consegna di droni pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi di Israele e Stati Uniti. Il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitrij Peskov, ha commentato che «ci sono molte notizie false in circolazione», confermando però il proseguimento del dialogo con la leadership iraniana.