Guerra in corso
Trump, presidente Usa
Lo Stretto di Hormuz è diventato il centro della nuova fase della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. Nella notte Donald Trump ha imposto a Teheran un ultimatum di 48 ore per riaprire «completamente» il passaggio marittimo, minacciando in caso contrario attacchi contro le centrali elettriche iraniane. Teheran ha risposto subito, alzando ulteriormente il livello dello scontro: i Pasdaran hanno fatto sapere che, se Washington colpirà gli impianti energetici iraniani, l’Iran chiuderà del tutto Hormuz e considererà obiettivi legittimi le infrastrutture energetiche legate a Stati Uniti e Israele nella regione.
Il confronto si è quindi spostato su un doppio binario: da una parte le minacce militari e il rischio di uno shock energetico globale, dall’altra i primi movimenti diplomatici, ancora fragili, che provano a evitare un allargamento irreversibile del conflitto. Associated Press e Reuters confermano che la guerra, entrata ormai nella quarta settimana, continua a coinvolgere anche il Libano e l’area del Golfo, mentre i prezzi energetici restano sotto forte pressione per il blocco parziale del principale corridoio mondiale del petrolio.
La svolta è arrivata con il messaggio del presidente americano, che ha chiesto la riapertura totale dello stretto entro due giorni. Secondo Reuters, Axios e AP, Trump ha minacciato di «obliterare» le centrali elettriche iraniane se Teheran non tornerà indietro sulla chiusura del passaggio. Si tratta di uno dei passaggi più duri dall’inizio del conflitto, perché collega direttamente la libertà di navigazione a possibili attacchi americani contro infrastrutture civili strategiche iraniane.
Hormuz resta il vero nervo scoperto della crisi: da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale, e la sua paralisi ha già fatto impennare i mercati. Per questo l’ultimatum americano non ha solo un valore militare, ma punta a evitare che il conflitto si trasformi in una crisi energetica di dimensioni globali.
Teheran ha replicato con toni altrettanto duri. Reuters riferisce che i Guardiani della Rivoluzione hanno minacciato di colpire energia, acqua e altre infrastrutture strategiche dei Paesi del Golfo se gli Stati Uniti daranno seguito alle minacce contro l’Iran. In parallelo, l’Iran ha ribadito che la chiusura totale di Hormuz scatterebbe se Washington attaccasse i suoi siti energetici.
Il messaggio politico è chiaro: l’Iran prova a spostare il costo della guerra sull’intera regione, trasformando la battaglia su Hormuz in una leva di pressione contro gli Stati Uniti e i loro alleati.
Nonostante l’escalation, alcuni canali restano aperti. Le fonti disponibili confermano che vari attori regionali e occidentali stanno cercando spazi di mediazione, ma finora non c’è alcun vero cessate il fuoco sul tavolo. AP segnala che leader internazionali, tra cui Emmanuel Macron, stanno moltiplicando gli appelli alla moderazione, mentre il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, continua a sostenere la necessità di riaprire un negoziato sul nucleare.
Al tempo stesso, Trump non mostra aperture sostanziali. Le fonti consultate convergono sul fatto che la Casa Bianca consideri la riapertura di Hormuz una condizione non negoziabile, e questo rende ancora molto ampia la distanza con Teheran.
Mentre la diplomazia arranca, la guerra si allarga materialmente. Reuters conferma che oggi Israele ha colpito il principale ponte sulla costa del sud del Libano e ha ordinato la distruzione di tutti i collegamenti sul fiume Litani per limitare i movimenti di Hezbollah. Nello stesso quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha chiesto di accelerare anche la demolizione di abitazioni nei villaggi lungo la linea di contatto.