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Loghi di Youtube e Instagram (AI)
Si entra in una fase decisiva nel primo grande processo civile americano che mette sotto accusa l’architettura dei social network e il suo impatto sui più giovani. La giuria californiana chiamata a stabilire se Instagram e YouTube abbiano messo in pericolo la salute mentale dei minori inizierà oggi il suo quinto giorno di deliberazioni, dopo sei settimane di udienze davanti a un tribunale civile di Los Angeles.
I dodici giurati hanno cominciato a discutere il 13 marzo e hanno già chiuso quattro giornate di confronto a porte chiuse. Un tempo che, secondo il team legale della parte attrice, non deve sorprendere. «Questa lunghezza non è insolita, dimostra che i giurati sono molto seri e coscienziosi», ha spiegato Rachel Lanier, avvocata del querelante.
Il processo non riguarda direttamente i contenuti pubblicati sulle piattaforme, un terreno sul quale i social risultano protetti dalla normativa americana. Il nodo è un altro: il design stesso dei social network.
L’accusa sostiene che Meta e Google abbiano moltiplicato strumenti e meccanismi pensati per spingere gli utenti, in particolare i più giovani, verso una consultazione compulsiva di immagini e video. Nel mirino ci sono funzioni come i “mi piace”, lo scorrimento infinito, l’avvio automatico dei contenuti e i filtri, considerati elementi capaci di favorire una dinamica di dipendenza.
I giurati devono decidere, con almeno nove voti su dodici, se Meta e Google siano state «negligenti» nello sviluppo di Instagram e YouTube.
Ma non solo. Devono anche stabilire se i due gruppi avrebbero dovuto sapere che le loro piattaforme erano «pericolose» per i minori, se non potessero ignorare che gli utenti più giovani non erano in grado di misurare quel pericolo e se abbiano omesso di adempiere al dovere di avvertirli.
C’è poi un ultimo passaggio, decisivo sul piano giuridico: la giuria dovrà valutare se questa eventuale negligenza, o la mancanza di avvertimento, abbia costituito un «fattore sostanziale» nei danni lamentati dalla querelante.
Al centro del procedimento c’è la storia di Kaley G.M., ventenne californiana, che da bambina sarebbe diventata un’utilizzatrice compulsiva dei social media. La giovane attribuisce alle piattaforme i suoi problemi di salute, tra cui depressione, ansia e pensieri suicidi.
Il suo fascicolo è stato selezionato tra migliaia di denunce con l’obiettivo di fissare un primo orientamento giudiziario in una vasta ondata di contenziosi aperti negli Stati Uniti contro le grandi piattaforme digitali.
L’importanza del procedimento è tutta qui: il caso Kaley G.M. è considerato una sorta di banco di prova per stabilire come affrontare in tribunale le controversie di massa legate agli effetti dei social media sui minori.
La giuria, nel corso delle deliberazioni, è tornata più volte in aula per confrontarsi con la giudice Caroline Kuhl e con i legali delle parti. Le richieste hanno riguardato la validità di alcune prove e chiarimenti su diverse testimonianze. Un segnale ulteriore della complessità del verdetto atteso.
A differenza di Meta e Google, altre piattaforme coinvolte nello stesso filone giudiziario hanno scelto di non arrivare in aula. Snapchat e TikTok hanno infatti firmato un accordo extragiudiziale, dal valore non reso noto, chiudendo così la loro posizione prima del dibattimento.