Usa sotto choc
Cesar Chavez
La figura di Cesar Chavez, per decenni simbolo delle lotte sindacali e dei diritti civili dei latinos negli Stati Uniti, viene investita da accuse pesantissime che rischiano di cambiare il modo in cui una parte della storia americana verrà ricordata. Un’inchiesta del New York Times ha infatti corroborato le accuse di abusi sessuali avanzate da due donne, Debra Rojas e Ana Murguia, gettando un’ombra profonda su uno dei leader più venerati del movimento dei lavoratori agricoli.
Le presunte violenze risalirebbero agli anni tra il 1972 e il 1977, quando Chavez aveva già superato i quarant’anni ed era ormai una figura potente, carismatica e politicamente intoccabile. Le due donne, all’epoca, erano poco più che adolescenti.
Secondo quanto riportato, l’indagine del quotidiano americano avrebbe rafforzato il quadro accusatorio delineato da Rojas e Murguia, riportando al centro episodi avvenuti quando Chavez era già il volto pubblico della battaglia per i diritti dei braccianti agricoli.
Il peso delle accuse non sta soltanto nella loro gravità, ma anche nel valore simbolico del personaggio coinvolto. Chavez, morto nel 1993 a 66 anni, è stato per decenni una figura quasi intoccabile nella memoria politica e sociale della comunità latina americana.
A rendere ancora più devastante l’impatto della vicenda è stata la scelta di Dolores Huerta di uscire allo scoperto. Huerta, storica sindacalista e cofondatrice con Chavez nel 1962 della National Farm Workers Association, poi diventata United Farm Workers of America, ha rivelato di essere stata a sua volta vittima di abusi sessuali da parte di Chavez.
Nella sua dichiarazione, Huerta parla di due incontri sessuali. In uno sarebbe stata «manipolata e pressata», nell’altro sarebbe stata «costretta contro la sua volontà». Parole che spostano la vicenda su un piano ancora più grave, perché arrivano da una delle figure più autorevoli e simboliche dello stesso movimento costruito insieme a Chavez.
La sindacalista ha spiegato di avere taciuto per decenni per una ragione precisa: non danneggiare la causa dei lavoratori agricoli. «Ho custodito questo segreto per tutto questo tempo perché costruire il movimento e garantire i diritti dei lavoratori agricoli era la missione della mia vita», ha dichiarato.
Huerta aggiunge che la formazione di un sindacato rappresentava allora l’unico strumento concreto per tutelare quei diritti e che non avrebbe permesso a Chavez o a chiunque altro di ostacolare quel percorso. È un passaggio che racconta non solo la violenza denunciata, ma anche il peso politico e simbolico che per decenni ha impedito di parlare.
Nato a Yuma, in Arizona, Chavez era cresciuto in una famiglia messicano-americana che si spostava attraverso la California per lavorare nella raccolta di lattuga, uva, cotone e altri prodotti agricoli stagionali. La sua storia personale era diventata parte integrante del mito politico costruito attorno alla sua figura.
È ricordato a livello nazionale per l’attività organizzativa nei campi, per gli scioperi della fame, per il boicottaggio dell’uva e per il ruolo decisivo nell’ottenere che i coltivatori avviassero trattative con i lavoratori agricoli per salari più alti e condizioni migliori.
Proprio per questo le rivelazioni innescano oggi una frattura profonda: non investono soltanto un uomo, ma una memoria collettiva sedimentata per oltre mezzo secolo.
Le conseguenze si sono viste subito. La United Farm Workers ha già preso le distanze dalle celebrazioni annuali del proprio fondatore, definendo le accuse «preoccupanti». Un gesto politicamente molto significativo, perché arriva dal sindacato che più di ogni altro ha custodito il lascito di Chavez.
Ancora prima della diffusione pubblica delle accuse, diverse celebrazioni in suo onore a San Francisco, in Texas e in Arizona erano già state annullate su richiesta della fondazione.
La vicenda ha avuto ricadute immediate anche a livello istituzionale. La governatrice dell’Arizona Katie Hobbs ha deciso di non riconoscere il 31 marzo come “Giornata di César Chavez”, a differenza di quanto fatto nei due anni precedenti.
Più prudente il governatore della California Gavin Newsom, che ha detto di essere ancora in fase di «elaborazione» della notizia e ha invitato a una riflessione più approfondita. Al momento non si è però sbilanciato sull’eventualità di modificare la festività statale prevista a fine mese.