L’ipotesi che Donald Trump possa prendersi Cuba per farci ciò che vuole, come ha minacciato dallo Studio Ovale, è più che concreta e soprattutto coerente con i fatti degli ultimi mesi. L’arresto/rapimento di Nicolas Maduro che porta la firma del neocon Marc Rubio è stata una clamorosa fuga in avanti per riaffermare la dottrina del “cortile” di casa, ma un’operazione militare contro L’Avana spingerebbe quella dottrina oltre ogni limite, realizzando il vecchio sogno anti-castrista naufragato nella Baia dei porci e sublimato da quasi 70 anni di embargo economico.
Anche perché Cuba è fragile come non lo era da decenni, stritolata dalla crisi; martedì scorso tutta l’isola è rimasta senza corrente elettrica per 24 ore, l’economia ristagna e settori chiave come turismo, agricoltura, estrazione del nickel e del tabacco subiscono gli effetti della penuria energetica. Negli ultimi giorni centinaia di manifestanti sono scesi in strada in diverse città, criticando la gestione caotica dei blackout, distruggendo anche una sede del Partito comunista a Morón e affrontando le forze dell’ordine in rari episodi di protesta violenta. Un malcontento alimentato dalla carenza di generi alimentari, medicine e servizi essenziali. Ma il colpo più duro e probabilmente letale proviene dal blocco del petrolio venezuelano imposto da Washington, una risorsa vitale per l’isola rimasta a secco di carburante.
In questa cornice la minaccia dell’intervento militare è una pistola puntata sulle tempie di Cuba, ma con gli Usa impegnati nella guerra contro l’Iran le possibilità di vedere bombardamenti e invasioni di terra sembrano per il momento remote.
Il presidente Diaz Canel ha replicato su X alle parole di Trump e lo ha fatto a muso duro: «Gli Stati Uniti minacciano quotidianamente di rovesciare il nostro ordine costituzionale utilizzando metodi indegni per soffocarci e farci capitolare, ma la nostra resistenza sarà indistruttibile». Eppure nonostante i ruvidi botta e risposta l’Avana ha ammesso di aver avviato da tempo contatti di rilievo con l’amministrazione americana in cerca di soluzioni alla crisi, il principale interlocutore è il Segretario di Stato Marco Rubio, di origini cubane e ispanofono.
C’è chi oltreoceano evoca una soluzione “venezuelana”, con la rimozione di Canel-Diaz, uomo della vecchia guardia legato al castrismo, e un regime ancora in piedi anche se sincronizzato sull’ora di Washington. Dopo il blitz che ha portato alla cattura di Maduro a Caracas la vice‑presidente Delcy Rodríguez ha assunto una linea docile e obbediente verso gli Stati Uniti e ha promosso misure di apertura politica ed economica sotto la supervisione di Washington. Il suo governo ha annunciato l’amnistia per centinaia di prigionieri politici e ha riattivato i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti, permettendo alle compagnie americane di riprendere l’estrazione e il commercio di petrolio ‑una delle leve più ambite da Washington.
Il caso venezuelano fornisce un modello implicito per ciò che potrebbe accadere a Cuba: un cambiamento di leadership che non sia imposto da un’invasione diretta ma che arrivi attraverso una combinazione di pressione esterna, crisi interna e negoziazione controllata. In entrambi i casi l’obiettivo di Washington appare lo stesso: sostituire leader ostili con figure più concilianti verso gli interessi statunitensi, garantire accesso a risorse strategiche e rimodellare gli equilibri politici dell’intera America Latina, il nuovo e allargato cortile di casa.
E’ in questa prospettiva che vanno lette le parole di Oscar Perez Oliva Fraga, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, che annuncia la decisione del governo di permettere ai cubani all'estero, anche quelli della diaspora negli Stati Uniti, di investire con le proprie società nell'isola. «Cuba è aperta ad avere una relazione commerciale fluida con le società americane, anche con i cubani residenti negli Usa e i loro discendenti».