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Trump accelera sui dazi permanenti e apre inchieste contro 60 partner commerciali

L’amministrazione americana punta a rendere stabile il nuovo sistema tariffario dopo lo stop della Corte Suprema. Nel mirino anche Ue, Canada, Regno Unito e Cina.

14 Marzo 2026, 14:25

Trump accelera sui dazi permanenti e apre inchieste contro 60 partner commerciali

Dazi

I dazi permanenti Trump diventano il nuovo obiettivo strategico della Casa Bianca dopo la bocciatura della Corte Suprema. L’amministrazione americana ha avviato una nuova serie di inchieste commerciali contro decine di partner, con l’intento di arrivare entro l’estate a uno strumento giuridico più solido per mantenere in piedi la politica tariffaria che resta centrale nell’agenda economica del presidente.

A spiegare la linea è stato Jamieson Greer, rappresentante Usa per il Commercio, che ha indicato tra i motivi dell’iniziativa la concorrenza ritenuta sleale da parte di produttori stranieri. «Per troppo tempo, i lavoratori e le ditte americane sono state costrette a competere con produttori stranieri che possono trarre un vantaggio artificiale sui costi dalla piaga del lavoro forzato», ha dichiarato.

L’obiettivo è arrivare all’estate con un nuovo strumento

La Casa Bianca deve fare i conti con una scadenza precisa: luglio, quando termineranno i 150 giorni di validità dei dazi globali al 10% imposti da Trump subito dopo la sentenza della Corte Suprema. In quella occasione il presidente aveva anche minacciato di portarli al 15%.

Quelle misure erano state introdotte appellandosi alla sezione 122 del Trade Act, che consente al presidente di imporre dazi solo in via temporanea, senza passare dal Congresso. Proprio questa natura provvisoria rende ora necessario un cambio di base giuridica se l’amministrazione vuole rendere stabile il sistema tariffario.

La nuova via passa dalla sezione 301

Per superare il limite dei 150 giorni, l’amministrazione Trump ha deciso di muoversi attraverso la sezione 301 del Trade Act del 1974, che autorizza il presidente a rendere i dazi permanenti in presenza di pratiche commerciali inique accertate.

Greer ha chiarito che il lavoro sulle nuove inchieste dovrà procedere «in modo accelerato», così da arrivare alla scadenza estiva con un nuovo strumento già disponibile. «La politica rimane la stessa, gli strumenti possono cambiare a causa dei capricci dei giudici», ha detto.

Lo stop della Corte Suprema pesa ancora

Il nuovo piano nasce direttamente dalla sconfitta subita alla Corte Suprema, che ha dichiarato incostituzionale il ricorso ai poteri economici di emergenza utilizzati da Trump per imporre i dazi annunciati lo scorso anno.

Si tratta di un colpo politico rilevante per la Casa Bianca, anche perché la decisione è stata sostenuta pure da due giudici nominati dallo stesso Trump durante il suo primo mandato. È da questa battuta d’arresto che prende forma il tentativo di “resuscitare” la politica tariffaria con una struttura più stabile e meno esposta a nuove censure.

Nel mirino 60 Paesi, compresa l’Unione Europea

La nuova offensiva commerciale riguarderà 60 Paesi. Tra questi figurano, oltre all’Unione Europea, anche Canada, Norvegia, Regno Unito, Cina e Arabia Saudita.

L’inchiesta si concentrerà non tanto sulle condizioni interne dei singoli Paesi, quanto sulle normative e sulle pratiche che, secondo Washington, consentirebbero di sfruttare il lavoro forzato per ottenere una sovrapproduzione di beni destinati all’export. È questo il terreno su cui l’amministrazione prova a costruire la giustificazione per nuove tariffe permanenti.

Non solo lavoro forzato: altri fronti aperti

Il tema del lavoro forzato è solo uno dei filoni aperti dalla Casa Bianca. Tra le altre pratiche commerciali ritenute potenzialmente inique, l’amministrazione valuta anche le tasse sui servizi digitali, i prezzi dei prodotti farmaceutici, il commercio del riso e quello del settore ittico.

La strategia è chiara: costruire un ventaglio di motivazioni abbastanza ampio da permettere a Trump di mantenere viva la sua linea protezionistica anche dopo la scadenza delle misure temporanee.

Il precedente del bando sui beni prodotti con lavoro forzato

La nuova offensiva si inserisce in una tradizione normativa americana consolidata. Da quasi un secolo, infatti, gli Stati Uniti vietano l’importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Durante la presidenza Joe Biden era stata anche approvata una legge che amplia l’interpretazione di questo concetto.

Un esempio richiamato è quello dei prodotti provenienti dallo Xinjiang, regione rispetto alla quale Washington accusa la Cina di ricorrere al lavoro forzato. È su questa base che la Casa Bianca prova ora a rafforzare il proprio impianto accusatorio e a legittimare un nuovo sistema di dazi di lunga durata.