Guerra in Iran
Trump, presidente Usa
Trump Iran torna a essere l’asse centrale del racconto americano sul conflitto. Il presidente degli Stati Uniti sostiene che la Repubblica islamica sia ormai «completamente vinta» e pronta a chiudere un accordo, ma nello stesso tempo il quadro che emerge resta tutt’altro che stabilizzato. Da una parte Washington rivendica i risultati militari e insiste sulla distruzione degli obiettivi iraniani. Dall’altra, Teheran minaccia ritorsioni contro le infrastrutture energetiche legate agli Stati Uniti, mentre cresce l’allarme per una possibile estensione globale della guerra.
Su Truth, Trump ha scritto che «i media che diffondono informazioni false detestano rendere conto dei risultati eccellenti ottenuti dalle forze militari americane contro l’Iran che è completamente vinto e vuole concludere un accordo, ma non un accordo che io accetterò». In un altro messaggio, il presidente americano ha rilanciato ancora di più il tono politico dello scontro: «L'Iran aveva piani per conquistare l'intero Medio Oriente e annientare completamente Israele. PROPRIO COME L’IRAN STESSO, QUEI PIANI SONO ORA MORTI!».
Il punto più sensibile delle ultime ore è l’isola iraniana di Kharg, snodo cruciale per l’export petrolifero di Teheran. Trump aveva annunciato la distruzione di obiettivi militari sull’isola, ma le agenzie iraniane insistono su una versione diversa. Secondo Fars e Mehr, non ci sarebbero stati danni alle infrastrutture petrolifere e la situazione resterebbe stabile.
Le fonti locali citate parlano di impianti che continuano a operare regolarmente, senza feriti tra il personale del settore energetico. È un punto cruciale, perché proprio da Kharg passa circa l’80 per cento delle esportazioni di petrolio iraniano. Per questo ogni azione militare su quell’area assume un peso che va oltre la dimensione tattica e si riflette immediatamente sugli equilibri energetici globali.
Washington ha collegato l’operazione alle tensioni nello Stretto di Hormuz, corridoio attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Ed è qui che la guerra torna a saldarsi con il rischio economico globale.
Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, Trump era «consapevole» del rischio che l’Iran potesse bloccare Hormuz. I vertici militari americani, a partire dal generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, lo avrebbero avvertito. Nonostante questo, il presidente avrebbe comunque deciso di procedere con l’azione militare, convinto che Teheran si sarebbe arresa «prima» di arrivare a una mossa di quella portata.
È un passaggio che pesa molto, perché mostra come il rischio di una strozzatura energetica globale non fosse affatto un effetto imprevisto, ma uno scenario già messo in conto da Washington.
La risposta iraniana si muove proprio su questo terreno. Le forze armate di Teheran, dopo i raid statunitensi su Kharg, minacciano di colpire le infrastrutture energetiche di proprietà di aziende che cooperano con gli Stati Uniti se dovessero essere attaccati i propri siti.
È una contro-minaccia che trasforma il petrolio e la logistica energetica in un vero fronte di guerra. E mostra che, anche se Trump parla di Iran sconfitto, il conflitto resta capace di produrre ritorsioni asimmetriche e altamente destabilizzanti.
Accanto alla narrazione trionfale di Trump, emerge una lettura molto più allarmata da parte di Fiona Hill, già direttrice per Europa e Russia del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca durante la prima presidenza Trump. In un’intervista, Hill avverte che «stiamo camminando come sonnambuli verso la Terza guerra mondiale, o comunque un conflitto già una dimensione globale».
La sua analisi è netta: gli Stati Uniti, sostiene, starebbero cercando di mettere gli europei sulla difensiva per trascinarli dentro il conflitto. Da qui l’invito ai Paesi Nato a invocare l’articolo 4 per richiedere consultazioni urgenti sulla guerra, sul modo in cui viene condotta e sui suoi obiettivi. Per Hill, i missili lanciati contro la Turchia potrebbero costituire la base per questo passaggio.
Il punto che pone è politico prima ancora che militare: una volta chiariti obiettivi e limiti dell’azione, gli europei dovranno decidere se entrare nel conflitto oppure restarne fuori.
Nella stessa analisi, Hill sostiene che Putin stia guadagnando dalla situazione, anche se non in modo lineare. L’aumento del prezzo del petrolio aiuta Mosca a raccogliere più risorse per finanziare la guerra in Ucraina, ma resta aperto il dubbio sulla capacità russa di sfruttare davvero questo vantaggio.
Secondo Hill, la Russia può aumentare la produzione a basso costo, ma non è affatto scontato che trovi compratori. E soprattutto, il vero problema del Cremlino resta la crisi del reclutamento: i soldi non bastano a creare soldati che non esistono.
Nel suo ragionamento entra anche la scelta americana di alleggerire le sanzioni sul petrolio russo. Per alcuni, dice, questo è un tradimento degli alleati. Il dubbio è che dietro la decisione ci siano interessi economici comuni tra Washington e Mosca nella regione del Golfo, non solo la necessità di contenere il prezzo del greggio.
Hill suggerisce anche che la decisione possa essere maturata dopo il recente incontro in Florida tra l’inviato americano Witkoff e quello russo Dmitriev, come parte di un più ampio scambio con Mosca. In questa chiave, il conflitto mediorientale rischia di intrecciarsi non con una strategia di pace, ma con altri dossier e accordi economici evocati apertamente da Trump.
A spingere ancora più apertamente per una piena assunzione americana del conflitto è anche l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che su X ha contestato l’idea che questa sia solo una guerra di Israele. «Gli americani sono ingenui a dire che questa operazione è una guerra di Israele e che non ha nulla a che fare con l’America. È sempre stata una questione che riguarda l’America», ha scritto.