Giovedì 12 Marzo 2026

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Trump si ritira dalla battaglia con gli studi legali. Ma poi cambia idea...

Prima la marcia indietro, poi la nuova giravolta: la Casa Bianca va in appello contro la decisione dei giudici che avevano annullato gli ordini esecutivi emessi contro l'avvocatura "nemica"

11 Marzo 2026, 18:56

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Trump
Giravolte trumpiane. Nello scontro tra la Casa Bianca e l’avvocatura statunitense si segnala un altro colpo di scena. Pochi giorni fa, l’amministrazione Trump è stata protagonista di una singolare marcia indietro. Prima ha annunciato di non fare appello contro quattro sentenze dei tribunali distrettuali con le quali sono stati annullati gli ordini esecutivi del presidente statunitense. I giudici distrettuali hanno dato ragione ad alcuni dei più importanti studi legali d’oltreoceano, che hanno contestato ritorsioni nei loro confronti.
Gli studi legali sono stati presi di mira nel marzo del 2025 per aver rappresentato diversi avversari politici di Trump, clienti che avevano contestato le sue politiche in tribunale o per essersi avvalsi di avvocati che hanno partecipato in passato ad indagini governative riguardanti il capo della Casa Bianca. Da qui la «vendetta» del tycoon con gli ordini esecutivi che hanno imposto alle law firms una serie di limitazioni. A neanche ventiquattrore dalla rinuncia all’appello, il ripensamento. L’amministrazione Trump proseguirà la battaglia legale con quella parte dell’avvocatura che considera «nemica».
Il Dipartimento di Giustizia ha dichiarato alla Corte d'appello degli Stati Uniti per il distretto di Columbia che i quattro giudici dei tribunali distrettuali con le loro sentenze si sono «piegati all’indietro» per invalidare gli ordini esecutivi di Trump contro gli studi Perkins Coie, WilmerHale, Jenner & Block e Susman Godfrey, «senza considerare gli aspetti costituzionali». Tra i provvedimenti presi un anno fa la drastica limitazione dell’accesso dei dipendenti degli studi legali ribelli agli edifici governativi, la limitazione all’ottenimento di incarichi governativi e sempre minori possibilità di sottoscrivere contratti federali.
Una settimana fa i giudici distrettuali hanno rilevato negli ordini esecutivi di Trump – annullandoli - la violazione delle tutele del Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti sulla limitazione della libertà di parola da parte del governo, richiamando il Quinto emendamento sul giusto processo. Nell’appello di 97 pagine degli avvocati del Dipartimento di Giustizia si sottolinea che «i tribunali non possono dire al presidente – degli Stati Uniti, nda - cosa fare». Inoltre, si rileva che quattro giudici federali si sono «piegati all'indietro» per pronunciarsi contro Trump, «invadendo il potere costituzionale del presidente». La condotta dei giudici distrettuali è stata considerata «un grave errore».
Se Perkins Coie, WilmerHale, Jenner & Block e Susman Godfrey hanno contestato gli ordini esecutivi, ottenendo nel giro di poco tempo sentenze favorevoli, altri nove studi legali, tra i quali Paul Weiss e Skadden Arps, hanno alzato bandiera bianca, promettendo al presidente servizi legali pro bono per un totale di quasi 1 miliardo di dollari. Meglio non andare contro l’amministrazione Trump, avranno pensato. La decisione di accordarsi per evitare sanzioni da parte del governo ha attirato nei loro confronti non poche critiche. Gli avvocati di WilmerHale non si sono scomposti affatto, dopo l’annuncio della Casa Binaca di voler andare fino in fondo: «Non siamo d'accordo con la decisione del governo di appellarsi alla decisione dei giudici e continueremo con orgoglio a difendere i nostri clienti e il nostro studio».
Nei mesi scorsi Trump ha accusato gli studi legali non allineati di aver «militarizzato» il sistema legale contro di lui e i suoi alleati e di aver promosso politiche sulla diversità sul posto di lavoro, definite dal presidente statunitense discriminatorie. Nell’appello del Dipartimento di Giustizia si sostiene che la battaglia legale «non riguarda la sacralità degli studi legali americani», ma pone all’attenzione «l’ingerenza dei tribunali inferiori nel potere costituzionale del presidente» nell’ambito della sicurezza nazionale come in altre questioni. La decisione dell’amministrazione Trump di difendere a spada tratta gli ordini esecutivi contro gli studi legali ha aperto il dibattito negli Stati Uniti.
Diversi osservatori fanno notare che The Donald ormai è solito individuare chi è «contro» le sue politiche e chi invece le «asseconda». Con i primi che vanno distrutti. «Il recente dietrofront – dicono i giornalisti di Bloomberg Law, Meghan Tribe e Justin Henry - ha sollevato interrogativi sulle motivazioni alla base degli ordini di Trump, che prendono di mira gli studi legali per i loro legami con avvocati e cause che il presidente considera minacce per la sua amministrazione. Ma anche se Trump dovesse perdere il ricorso in appello, avrebbe già ottenuto una notevole influenza nel settore legale». In pratica, il presidente degli Stati Uniti riuscirebbe ad incutere timore e a condizionare le scelte di una parte significativa dell’avvocatura. Una situazione che non dovrebbe far stare tranquilli i sostenitori di una delle democrazie più antiche e «patria delle libertà».
Jeffrey Toobin, editorialista del New York Times, afferma che la vicenda degli ordini esecutivi contro gli studi legali sta assumendo i contorni di una «commedia nera». «Il dietrofront del Dipartimento di Giustizia – scrive Toobin - è stato imbarazzante, ma ha oscurato una verità più ampia di questo deplorevole episodio. Il presidente Trump ha vinto la sua battaglia mesi fa, mentre la professione legale americana ne è uscita sconfitta. Ha umiliato i più potenti studi legali del Paese a inchinarsi davanti a lui. E questo non è affatto divertente». Secondo l’editorialista del NYT, il ricorso in appello annunciato dall’amministrazione Trump è una mossa «suicida»: «Prima o poi, gli ordini esecutivi saranno quasi sicuramente relegati nel cestino della legalità, dove meritano di stare».