A tu per tu
Tommaso Greco
L’ultimo conflitto in corso, che sta infiammando il Medio Oriente e il Golfo, è la dimostrazione che siamo in preda all’adorazione della forza. «Nonostante ciò», dice al Dubbio Tommaso Greco, professore ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Pisa, «il diritto internazionale non è in crisi». Greco è autore del libro «Critica della ragione bellica» (Laterza), giunto alla quarta edizione. Alcuni passaggi del volume hanno trovato eco nel messaggio di papa Leone XIV in occasione della Giornata mondiale della pace.
«Questo continuo ripetere che il diritto internazionale è morto, o superato – evidenzia Tommaso Greco, che dirige pure il Centro interdipartimentale di Bioetica -, è frutto di un misto di ignoranza e di malafede. Di ignoranza, perché le nostre vite sono quotidianamente regolate da decine e decine di trattati internazionali che sono perfettamente funzionanti e che sono regolarmente rispettati dagli Stati. In malafede, perché quella piccola parte del diritto internazionale che è certamente in crisi, cioè il diritto internazionale della forza, continua ad essere perfettamente vigente. Altrimenti non potremmo dire che alcuni atti sono illeciti oppure che si sono compiuti determinati crimini di guerra. Il vero problema è che oggi forti interessi di alcuni soggetti spingono nella direzione di un nuovo ordine mondiale basato esclusivamente sui rapporti di forza. Ma anche questa non è una realtà alla quale occorre necessariamente adeguarsi. Anzi, il dovere degli Stati sarebbe proprio quello di contrastare questa tendenza».
La parola “guerra” domina ormai nelle nostre vite. Ha sostituito per sempre la parola “pace”? «Stiamo – riflette il filosofo del diritto dell’Università di Pisa - certamente vivendo un’epoca terribile nella quale il bellicismo sembra non avere alternative. C’è una realtà di guerra che sembra essersi impossessata della mente e dei cuori di molti. Ma è una narrazione che per fortuna non è riuscita a conquistare ancora la mente e il cuore dei popoli. La guerra rimane ancora, come sempre, una cosa decisa da pochi potenti e imposta ai molti inermi e innocenti. Se le cose sembrano diverse è purtroppo in gran parte responsabilità dell’informazione, che si è accodata a mio parere inspiegabilmente al bellicismo di una classe politica che letteralmente è divenuta adoratrice della forza».
Ucraina, Gaza, Iran; domani chissà. Il mondo appare oggi sottomesso di fronte alla volontà di alcuni leader mondiali. «Sono pochi leader molto potenti – commenta il professor Greco - a imporre operazioni belliche che fanno pagare un prezzo altissimo non solo alle popolazioni aggredite, ma anche ai loro stessi popoli. E non vale l’obiezione che in certi casi si tratta di rispondere con la forza ad un uso illecito della stessa forza da parte di alcuni. Oppure che si tratta di intervenire per impedire a dei tiranni di massacrare il loro popolo. Non è vero che l’alternativa è tra il fare la guerra o rimanere inerti. La comunità internazionale dispone di molti strumenti per intervenire senza alimentare la furia distruttrice della guerra. Non mi riferisco solo alla diplomazia, al diritto internazionale e all’uso puntuale e mirato delle sanzioni. Mi riferisco ad esempio a tutto ciò che può essere fatto per aiutare coloro che all’interno dei Paesi aggressori si oppongono alle politiche dei loro governanti. Mi riferisco, per esempio, al traffico delle armi e alla possibilità di mettere in campo forze di interposizione».
L’autore di «Critica della regione bellica» si sofferma spesso sul tema della «pace come principio». «Quando io parlo della “pace come principio” – spiega Greco -, mi riferisco al fatto che non si può pensare la pace a partire dalla guerra, ma occorre pensarla a partire dalla pace, mettendola appunto all’origine dei nostri pensieri. Questo significa ribaltare tutta una serie di elementi tipici del bellicismo, come una certa antropologia che vede gli esseri umani come naturalmente portati alla guerra, o una certa lettura della storia che vede in essa solo un susseguirsi di guerre, al fine di giustificare quelle nuove. Mettere la pace al principio vuol dire quindi rivendicare la realtà della pace, e non abbandonare la pace al piano dell’ideale, argomento che fa il gioco di coloro che la considerano un’utopia più o meno irraggiungibile. Ma non dimentichiamo che mettere la pace al principio è anche ciò che ci chiede l’articolo 11 della nostra Costituzione. Che ci dice di operare costantemente per la pace e di impiegare mezzi che siano coerenti con questo fine».
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto che il diritto internazionale può essere messo da parte, dato che conta solo la sua moralità. Le prospettive non sono rosee e lo dimostra pure l’attuale approccio americano in riferimento ad alcune crisi internazionali. «Quando qualcuno, che sia un individuo o uno Stato, rivendica per sé un diritto assoluto – conclude Tommaso Greco -, non si può fare altro che denunciare questa pretesa come irricevibile da parte di tutti gli altri. È la vecchia storia secondo cui la giustizia coincide con l’utile del più forte. Nessuno di noi accetterebbe che il proprio vicino di casa si alzasse e dicesse che può fare tutto ciò che vuole riconoscendo come unico limite la sua moralità. E allora perché dovremmo accettarlo sul piano dei rapporti tra gli Stati, dove le conseguenze di un ragionamento come questo rischiano di essere catastrofiche? Il diritto internazionale, come ogni forma di diritto, non vive di vita propria, ma vive grazie alla lotta per il diritto che i soggetti interessati devono mettere in atto tutti i giorni con piccoli e grandi comportamenti. Quindi, nel momento in cui Trump dice che il diritto internazionale può essere emesso da parte, l’unica cosa che tutti gli altri soggetti devono fare e di non mettere da parte il diritto internazionale».