Martedì 10 Marzo 2026

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Scatta l'allarme

Golfo Persico, guerra e rincari minacciano export ed energia delle imprese

Confartigianato e Cgia avvertono sui rischi per il sistema produttivo italiano: in bilico export, costi energetici, investimenti e margini.

09 Marzo 2026, 08:52

Golfo Persico, guerra e rincari minacciano export ed energia delle imprese

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Le imprese italiane Golfo Persico guardano con crescente preoccupazione all’escalation del conflitto in Medio Oriente. Se la guerra dovesse protrarsi, il conto per il sistema produttivo nazionale rischierebbe di diventare molto pesante: da una parte l’export manifatturiero verso i mercati dell’area, dall’altra il costo dell’energia e delle forniture strategiche. È un doppio fronte che potrebbe colpire crescita, investimenti e tenuta dei margini aziendali.

Secondo Confartigianato, il protrarsi della crisi metterebbe a rischio 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano verso i mercati mediorientali e 15,9 miliardi di import di beni energetici. Un’esposizione rilevante, che si misura non solo in termini commerciali ma anche nella capacità delle aziende di reggere un nuovo shock sui costi.

Pichetto: nessun problema di quantità, ma il nodo è il prezzo

A richiamare l’attenzione sul quadro energetico è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, che chiarisce come il problema immediato non sia la disponibilità materiale delle forniture, bensì il loro costo. «Non abbiamo problemi di quantità» ma «rimane il problema del prezzo», osserva il ministro.

Pichetto sottolinea che «la situazione che si è creata nel Medioriente ci pone nel massimo dell’allerta e dell’attenzione». Il punto più sensibile resta lo Stretto di Hormuz, snodo decisivo per i flussi energetici mondiali. L’Italia, ricorda il ministro, attinge «grandi quantità di petrolio o di gas dal Qatar, dallo Stretto di Hormuz». Tuttavia precisa: «Abbiamo meno del 10% del Gnl che proviene da lì: circa 5 miliardi di metri cubi, rispetto ai 60 miliardi di metri cubi che consumiamo».

Il vero rischio, dunque, è l’effetto sistemico sul mercato globale. «La chiusura dello Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del gas e del petrolio a livello mondiale, significa il venir meno di un’offerta sul mercato. Se cala l’offerta e rimane invariata la domanda, aumenta il prezzo», avverte Pichetto. E aggiunge un elemento strutturale che penalizza l’Italia nel confronto europeo: «In Europa noi siamo il paese messo peggio, perché dipendiamo tantissimo dal gas rispetto agli altri». Per questo, anche in assenza di carenze quantitative, «ci rimane il problema del prezzo, che va a ribaltarsi immediatamente su tutto, sulle bollette del gas e sulle bollette dell’energia elettrica».

Export italiano in bilico nei mercati del Medio Oriente

L’analisi di Confartigianato mette in evidenza quanto il Medio Oriente sia diventato un mercato sempre più importante per il manifatturiero italiano. Nel 2025 le imprese italiane hanno esportato nell’area prodotti per 27.877 milioni di euro, pari al 4,6% dell’export manifatturiero totale.

È un dato che pesa ancora di più se si considera la dinamica di crescita. Tra gennaio e novembre 2025, l’export italiano verso il Medio Oriente è aumentato del 7,9%, oltre il doppio rispetto al +3,1% registrato complessivamente dal made in Italy. Segno che quell’area era diventata uno dei motori più vivaci della domanda estera per molte filiere italiane.

Il mercato principale è quello degli Emirati Arabi Uniti, che assorbe 9.135 milioni di euro di esportazioni italiane e ha segnato una crescita del 18,5% tra gennaio e novembre 2025. Segue l’Arabia Saudita, con 6.320 milioni di euro e un aumento del 3,7%. Tra i mercati in maggiore espansione emergono anche il Kuwait, con 1.861 milioni di euro di export e una crescita del 57,2%, e il Libano, con 971 milioni di euro e un incremento del 18,5%.

Investimenti a rischio e ripresa sotto pressione

Per Confartigianato il problema non si esaurisce nella possibile frenata del commercio estero. L’escalation del conflitto, infatti, «potrebbe compromettere la ripresa in corso degli investimenti». Il timore è che l’aumento dell’incertezza internazionale spinga le imprese a rinviare decisioni strategiche, raffreddando una fase di rilancio che appariva appena avviata.

La crisi, insomma, rischia di colpire non solo i volumi di vendita verso l’estero, ma anche la propensione delle aziende a investire, innovare e programmare. Ed è proprio questa combinazione tra rallentamento dell’export e aumento dei costi a rendere il quadro particolarmente delicato.

Cgia: fino a 10 miliardi di rincari per gas ed elettricità

L’altro allarme arriva dalla Cgia di Mestre, che stima un aggravio potenziale di 10 miliardi di euro per le forniture di gas ed elettricità. Secondo gli artigiani di Mestre, se le tensioni dovessero trasformarsi in rincari strutturali dei costi energetici, le aziende italiane potrebbero pagare quest’anno 7,2 miliardi di euro in più per l’elettricità e altri 2,6 miliardi per il gas.

Si tratterebbe, secondo la stessa analisi, di una variazione del +13,5% rispetto al 2025. Le stime sono costruite su ipotesi precise: consumi 2025-2026 in linea con quelli del 2024, prezzo medio annuo dell’energia elettrica pari a 150 euro per MWh e prezzo medio del gas a 50 euro, mantenendo quindi un rapporto di 3 a 1 tra elettricità e gas, coerente con la media osservata nel triennio 2023-2025.

La conclusione della Cgia è netta: «L'effetto combinato dei rincari energetici rischia di comprimere ulteriormente i margini delle imprese, già messi alla prova da un contesto internazionale instabile». È proprio questo il punto più sensibile per il sistema produttivo: in una fase segnata da tensioni geopolitiche, domanda debole e costi elevati, ogni nuova impennata dell’energia può trasformarsi in un freno immediato su produzione e competitività.