IRAN
Missili su Teheran
Da quando le bombe di Stati Uniti e Israele hanno iniziato a piovere dal cielo, Teheran sembra una città fantasma, interi quartieri si sono svuotati, milioni di persone hanno lasciato le loro case muovendosi lontano dagli obiettivi militari, verso le province settentrionali del Paese, considerate relativamente più sicure. Altri, però, non hanno avuto questa possibilità e sono rimasti nella capitale, esposti alla minaccia costante delle esplosioni cercano riparo nelle cantine o in rifugi improvvisati. Altri ancora sono letteralmente in trappola, come i detenuti del carcere di Evin, la più celebre e più temuta prigione della Repubblica islamica, riservata in gran parte ai prigionieri politici.
Secondo Iran Human Rights Society, una Ong per i diritti umani con sede a Oslo, durante il caos dei primi attacchi aerei i detenuti di Evin sono stati lasciati praticamente a sé stessi, il personale amministrativo ha chiuso le porte della struttura e abbandonato il complesso, mentre all’interno della prigione le scorte di cibo sono terminate in fretta. In alcuni reparti in particolare quello femminile la distribuzione dei pasti è stata interrotta del tutto.
Ahmadreza Djalali, medico e ricercatore iraniano con cittadinanza svedese, arrestato nel 2016 e condannato a morte l’anno successivo con l’accusa di spionaggio è riuscito a comunicare con la moglie Vida Mehrannia, ha spiegato che le guardie hanno chiuso tutti i cancelli e rimangono per il momento all’esterno del carcere.
Un quadro simile emerge anche dal racconto del figlio di una coppia britannica incarcerata in Iran. Craig Foreman e Lindsay Foreman, arrestati durante un viaggio turistico intorno al mondo, sono stati condannati a dieci anni con l’accusa di spionaggio. In una breve telefonata al figlio, anche loro hanno detto di sentire costantemente il passaggio degli aerei e il rumore delle bombe che colpiscono le aree circostanti. Una detonazione, in particolare, sarebbe stata così vicina alla prigione da far esplodere le finestre e danneggiare parte del soffitto.
La prigione di Evin è da anni uno dei luoghi più simbolici della repressione politica del regime iraniano. Qui vengono rinchiusi oppositori politici, giornalisti, attivisti e intellettuali, spesso sottoposti a interrogatori violenti, torture e processi sommari. Ma Evin è anche il penitenziario dove di solito vengono sbattuti i cittadini stranieri, spesso utilizzati come laute occasioni di riscatto o come contropartita diplomatica con i paesi d’origine.
Le notizie che stanno filtrando da altre carceri del Paese confermano lo stesso allarmante quadro. La fondazione legata alla premio Nobel per la pace Narges Mohammadi denuncia condizioni di emergenza estrema anche nelle prigioni di Qezelhesar e Lakan: carenza di cibo, chiusura delle mense e accesso sempre più limitato alle cure mediche.
A rendere la situazione ancora più opaca e incerta è il blackout delle comunicazioni imposto dalle autorità iraniane: l’accesso a internet è stato quasi completamente interrotto secondo il monitoraggio dell’organizzazione NetBlocks. In queste condizioni, i prigionieri sanno pochissimo degli sviluppi militari e le loro famiglie fanno enorme fatica a ottenere notizie.
L’isolamento a cui sono sottoposti alimenta il fondato timore che possano avvenire abusi lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Senza comunicazioni con l’esterno, spiegano le organizzazioni umanitarie, esiste il rischio che esecuzioni capitali vengano effettuate in segreto, senza avvisare né gli avvocati né le famiglie dei detenuti.
Il Center for Human Rights in Iran avverte che il contesto di guerra è il pretesto ideale per intensificare la repressione nelle carceri, ricordando che, la Repubblica islamica ha già sfruttato in passato momenti di crisi per colpire più duramente i prigionieri politici.
Durante la “guerra dei 12 giorni” dello scxorso giugno, l’attacco israeliano contro il complesso di Evin aveva già costretto le autorità a trasferire centinaia di detenuti in altre strutture. L’organizzazione Human Rights Watch aveva denunciato il rischio concreto di sparizioni forzate.
Per chi si trova dietro le sbarre la guerra rappresenta una minaccia doppia: da un lato le bombe e i missili, dall’altro la possibilità di una punizione ancora più dura da parte di un regime con le spalle al muro e quindi potenzialmente ancora più feroce. In un Paese scosso dal conflitto, i detenuti restano così le vittime più invisibili della guerra perché non possono fuggire, non possono mettersi al riparo e spesso non possono nemmeno far sapere al mondo cosa sta accadendo dentro le mura in cui sono segregati.