Crisi globale
LA SPAGNA INVIERÀ A CIPRO LA FREGATA CRISTÓBAL COLÓN F-105 NAVE DA GUERRA SPAGNOLA
La crisi Iran Europa entra in una fase di massima attenzione politica e militare. A Bruxelles la parola che circola con più insistenza è una sola: allerta. La preoccupazione attraversa le capitali del continente, anche se al momento non risultano segnali concreti di un pericolo immediato per la sicurezza interna. I ministri dell’Interno dei Ventisette si muovono però in anticipo, cercando di prevenire ogni possibile minaccia e mettendo sotto osservazione anche il rischio di eventuali cellule dormienti sparse in Europa.
Sul tavolo non c’è soltanto il tema della sicurezza. I governi europei guardano con apprensione anche al possibile impatto migratorio della crisi, ma per ora non si registrano flussi né dall’Iran né dai Paesi vicini. Resta sotto osservazione soprattutto il quadrante orientale del Mediterraneo, dove ogni segnale viene interpretato come possibile anticipo di una destabilizzazione più ampia.
L’isola di Cipro è tornata ad essere uno dei punti più sensibili della crisi. Dopo il lancio di alcuni droni iraniani verso la base britannica di Akrotiri, il livello di vigilanza si è ulteriormente alzato. Le autorità di Nicosia, che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue, hanno deciso di annullare per tutto il mese di marzo tutti gli incontri informali in presenza, ministeriali e non.
È un segnale politico forte, che misura il livello di tensione percepito nell’area. Il tentativo di riprendere una normalità istituzionale si è scontrato con un quadro regionale sempre più fragile. Proprio per questo gli alleati europei hanno attivato una sorta di scudo difensivo intorno all’isola, pur sapendo che Cipro non fa parte della Nato per via della storica divisione territoriale con Cipro Nord filo-turca e per il possibile veto di Ankara.
L’iniziativa politica è partita dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha sentito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il premier greco Kyriakos Mitsotakis. I tre leader hanno concordato una linea comune per rafforzare la presenza militare nell’area.
Secondo quanto riferito, i tre capi di governo hanno deciso di «coordinare lo spiegamento di risorse militari a Cipro». In uno «spirito di solidarietà europea», Francia, Italia e Grecia hanno inoltre concordato di coordinare l’impiego di mezzi nell’isola e nel Mediterraneo orientale, collaborando anche per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso.
La scelta segnala che l’Europa teme una propagazione della crisi ben oltre il fronte immediato dello scontro. La tutela delle rotte commerciali e militari è infatti diventata uno degli assi centrali della risposta occidentale.
Anche il Regno Unito ha deciso di aumentare la presenza militare. Il premier Keir Starmer ha annunciato rinforzi per l’isola che ospita le basi britanniche, con l’invio di elicotteri Wildcat dotati di capacità anti-drone e del cacciatorpediniere della Royal Navy HMS Dragon.
Starmer ha inoltre ribadito di aver consentito agli Stati Uniti di usare le basi britanniche «per condurre operazioni difensive». Una precisazione che prova a circoscrivere il ruolo britannico, ma che conferma allo stesso tempo la centralità strategica di Cipro nello scenario attuale.
Nel quartier generale della Nato si è riunito anche il Consiglio Atlantico, che ha espresso solidarietà alla Turchia, unico Paese dell’Alleanza presente direttamente nella regione e colpito da un drone iraniano. Non si è parlato di attivazione della difesa collettiva prevista dall’articolo 5, ma il messaggio politico è chiaro: l’attenzione resta altissima.
Parallelamente si sono riuniti in videoconferenza anche i 27 ministri degli Esteri dell’Unione europea. Il vertice, però, è passato quasi in secondo piano a causa delle profonde differenze politiche esplose attorno all’operazione scatenata da Donald Trump. Da una parte c’è la posizione molto dura della Spagna di Pedro Sanchez, che ha negato ogni collaborazione all’iniziativa americana; dall’altra ci sono quei governi che, pur contestando il mancato rispetto del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti, preferiscono evitare uno scontro frontale con Washington.
La linea prevalente sembra essere quella della prudenza: non rompere con l’alleato transatlantico, ma sperare che la crisi si sgonfi rapidamente. In controluce emerge però un elemento di debolezza politica: nessuno, oggi, appare davvero in grado di prevedere quale sarà il punto di arrivo di questa escalation.
Nella stessa giornata l’Unione europea ha incontrato anche i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Kuwait e Bahrein. Dal confronto è emersa una condanna netta degli attacchi iraniani nella regione, insieme all’impegno per l’evacuazione dei cittadini europei e per il mantenimento della navigazione nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso.
Sono due snodi strategici vitali per i commerci, per l’energia e per gli equilibri militari globali. Il timore europeo è che un allargamento del conflitto possa colpire non solo la sicurezza del continente, ma anche la tenuta economica delle sue rotte più delicate.
A riassumere l’approccio dell’Unione è stata l’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, secondo cui «L'Iran sta esportando la guerra, cercando di estenderla al maggior numero di paesi possibile, per seminare il caos. Noi chiediamo stabilità». Poi l’appello politico: «Le guerre finiscono davvero con la diplomazia, e deve esserci spazio per la diplomazia qui per uscire davvero da questo ciclo di escalation».