Se i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran stanno scuotendo le fondamenta della repubblica sciita, la variabile che potrebbe legittimare e dare concretezza all’intervento è la possibile entrata nel conflitto dei curdi iraniani. Un’eventualità evocata in queste ore dai media di mezzo mondo, anche se per il momento non ci sono segnali che la minoranza curda stia per scendere in campo.
Storicamente perseguitati dal regime, contano una popolazione di circa dieci milioni di persone (11%) distribuite tra le montagne del Kurdistan occidentale, i loro gruppi armati rappresentano l’unica opposizione strutturata che, mobilitandosi, trasformerebbe un attacco esterno in un conflitto interno con dimensioni etniche, politiche e regionali. Se scendessero in azione, Washington e Tel Aviv potrebbero presentare le operazioni non come una guerra contro uno Stato sovrano, ma come il sostegno a una popolazione oppressa che lotta per sopravvivere e difendere il proprio territorio. In questo senso, i curdi iraniani diventerebbero non solo un fronte reale, ma anche il sigillo politico che restituisce legittimità a una guerra sferrata senza alcun mandato delle Nazioni Unite.
Nei passi impervi delle montagne del Kurdistan, tra Sanandaj e Mahabad, si muovono sei principali fazioni curde, storicamente divise da rivalità interne ma capaci di coalizzarsi quando il contesto lo richiede: il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, storico e nazionalista; il Komala, con radici marxiste; il Partito per una vita libera in Kurdistan, legato al Partito dei Lavoratori del Kurdistan turco; e una serie di gruppi minori.
Il simbolo originario del nazionalismo curdo iraniano resta la breve Repubblica di Mahabad, sostenuta dall’Unione sovietica e proclamata nel gennaio del 1946 nell’omonima città, nel nord-ovest dell’Iran. Dopo meno di un anno, con il ritiro delle truppe dell’Urss, l’esercito dello Scià rientra nella regione, occupa Mahabad e fa impiccare sulla pubblica piazza il leader Qazi Muhammad, mettendo fine all’esperimento. Fu l’unico tentativo moderno di creare uno Stato curdo riconosciuto internazionalmente, anche se per pochi mesi, e resta un punto di riferimento ideologico e storico per tutti i movimenti curdi della regione.
Da allora, la storia curda in Iran è una lunga oscillazione tra opportunità e catastrofi: rivolte temporaneamente sostenute da potenze esterne, seguite da repressioni sanguinose. Il progetto politico della monarchia dei Pahlavi mirava a costruire uno Stato moderno, centralizzato e nazionalista, basato sull’identità persiana e sulla fedeltà al trono; in questo quadro le minoranze etniche, curdi, azeri, baluci, arabi del Khuzestan, erano il bersaglio naturale delle persecuzioni politiche. Negli anni Cinquanta e Sessanta, i partiti curdi sono costretti alla clandestinità, il principale movimento era il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, che continuò a operare in segreto o dall’esilio, mentre i suoi simpatizzanti sono costantemente nel mirino. Il ruolo centrale in questo sistema di controllo era svolto dalla Savak, la famigerata polizia segreta dello Scià, responsabile di infiltrazioni, torture e persecuzioni contro gli oppositori politici, compresi i nazionalisti curdi.
Negli anni settanta il Kurdistan iraniano rimane relativamente più tranquillo rispetto a quello iracheno, dove la guerriglia guidata da Mustafa Barzani si scontra con l’esercito di Baghdad. In quel frangente Teheran si schiera con i curdi iracheni per indebolire il regime di Saddam Hussein, un gioco che svela la doppia logica dello Stato iraniano: appoggiare il nazionalismo curdo all’estero quando utile, ma reprimerlo con decisione all’interno dei propri confini.
La rivoluzione khomeinista e la rovinosa caduta della monarchia nel 1979 vengono accolte come l’occasione storica per riaprire la questione dell’autonomia; le città del Kurdistan, Sanandaj, Mahabad, Baneh si mobilitano contro il regime dei Pahlavi, mentre il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e i marxisti di Komala, avanzano richieste relativamente moderate: autonomia amministrativa, riconoscimento della lingua curda, elezione di consigli locali e partecipazione politica reale dentro il nuovo Stato. La risposta degli ayatollah è feroce e sei mesi dopo la presa del potere Khomeini mette fuorilegge le organizzazioni curde e ordina alle Guardie rivoluzionarie di riprendere il controllo della regione.
Sanandaj e Mahabad subiscono assedi e bombardamenti; migliaia di militanti e civili vengono uccisi o arrestati, tribunali rivoluzionari centinaia di attivisti accusati di separatismo, mentre la repressione viene accompagnata da una campagna politica che dipinge i movimenti curdi come nemici della rivoluzione e strumenti nelle mani delle potenze straniere. Oggi, con l’uccisione della Guida suprema Khamenei e con il cielo iraniano solcato dai bombardieri di Usa e Israele, la variabile curda prende di nuovo corpo e la storia di questa minoranza combattiva potrebbe incrociare la guerra di Donald Trump e Benjamin Netanyahu dandole almeno un senso compiuto.