Fine vita
L'associazione Luca Coscioni
Silvano, 56 anni, genovese, affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni, è morto lo scorso 26 febbraio dopo l’auto-somministrazione di un farmaco per il fine vita, fornito dal Servizio sanitario nazionale insieme alla strumentazione necessaria. Aveva atteso un anno dalla richiesta. Il suo è il primo caso in Liguria arrivato a completare l’iter previsto dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale (caso “Cappato/Antoniani”), ed è il dodicesimo in Italia ad aver concluso la procedura con assistenza del Ssn.
Secondo quanto riferito dall’Associazione Luca Coscioni, Silvano è la dodicesima persona in Italia ad aver completato la procedura delineata dalla Consulta, la nona seguita dall’associazione. In assenza di medici dell’Asl disponibili a vigilare sulla procedura, Silvano è stato assistito dal dottor Mario Riccio, anestesista e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni, già noto per aver assistito Piergiorgio Welby nel 2006 e altri pazienti che hanno avuto accesso al suicidio medicalmente assistito.
Con l’avanzare della malattia, Silvano era divenuto tetraplegico, con gravi difficoltà nella comunicazione e nella deglutizione. Aveva bisogno di assistenza continuativa per ogni gesto quotidiano, dal nutrirsi all’assunzione dei farmaci, fino ai movimenti. Era portatore di catetere vescicale permanente e sottoposto a manovre meccaniche per l’evacuazione. Un quadro che, nel suo racconto, si era tradotto in sofferenze divenute intollerabili.
Il 24 febbraio 2025 Silvano aveva presentato alla Asl la richiesta di verifica delle condizioni per accedere al suicidio medicalmente assistito. Nel giugno 2025 l’azienda sanitaria aveva comunicato il parere positivo sulla sussistenza dei requisiti, ma senza indicare le modalità operative. Da qui, secondo la ricostruzione, l’intervento dei legali coordinati dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni: solo dopo una diffida e una messa in mora, e ulteriori diffide nei mesi successivi, la Asl ha trasmesso lo scorso ottobre la relazione finale, includendo anche le modalità esecutive. A quel punto, dopo un anno dalla richiesta, Silvano ha scelto di procedere.
Nelle parole affidate a un appello, Silvano aveva legato la decisione a una richiesta di rispetto e tempi certi: «La mia libertà di scelta è quella di dire basta alle sofferenze, è amore per me, per chi sono e sono stato». E ancora: «Mi auguro vivamente che la mia lotta possa servire ad altri nella mia stessa condizione per non dovere attuare la volontà di autodeterminarsi in altri Paesi, lontano da tutto e da tutti». Da qui la richiesta diretta: «Chiedo, in primis, alla Regione Liguria di garantire tempi certi di risposta e verifica delle condizioni e al Parlamento italiano che legiferi per rispettare la libertà di scelta dei malati». Con una frase che chiude il senso del suo messaggio: «Il silenzio non deve più essere fonte di sofferenza per le persone che vivono la mia stessa situazione».
Per Filomena Gallo, «il caso di Silvano conferma che il diritto riconosciuto dalla Corte costituzionale nel 2019 è pienamente vigente, ma continua a essere ostacolato da inerzie amministrative e dall’assenza di procedure uniformi». L’avvocata sottolinea che «la sentenza 242/2019 è un vincolo giuridico per lo Stato e per il Servizio sanitario nazionale» e che «quando ricorrono le condizioni previste, la risposta deve essere tempestiva e completa», definendo «inaccettabile» dover ricorrere a diffide «per attuare un diritto costituzionalmente garantito».
Sulla stessa linea Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni, per il quale Silvano «è il primo caso in Liguria», ma soprattutto «la dimostrazione che il diritto al suicidio medicalmente assistito, così come riconosciuto dalla Corte costituzionale, è già vigente e deve essere garantito senza ostacoli». Cappato avverte anche sul rischio di interventi restrittivi: «Oggi il problema non è solo il ritardo del Parlamento, ma il tentativo di intervenire per restringere la portata di un giudicato costituzionale, sottraendo diritti che sono già stati riconosciuti». E conclude: «Se verranno approvate norme che limitano diritti già in vigore, continueremo ad accompagnare le persone nelle sedi giudiziarie e, se necessario, con azioni di disobbedienza civile. La libertà di scelta non è negoziabile né comprimibile per ragioni ideologiche».