Ricordate la famosa “foto delle Azzorre” del 2003? George W. Bush, Tony Blair, José María Aznar e José Manuel Durão Barroso sorridenti alla vigilia dell’intervento militare contro l’Iraq di Saddam Hussein. Mancava solo Silvio Berlusconi, che nella fase iniziale sosteneva l’attacco “dall’esterno”.
Era la coalizione dei volenterosi (anche allora si chiamava così), fronteggiata dal “fronte pacifista” guidato dalla Francia di Jacques Chirac e Dominique de Villepin e dalla Germania di Gerhard Schröder e Joschka Fischer. Era l’istantanea di un’Europa spaccata in due: da una parte l’asse atlantico, convinto che la sicurezza dell’Occidente passasse per l’intervento armato e per il rovesciamento del regime iracheno; dall’altra il blocco franco-tedesco, che rivendicava il primato dell’Onu e metteva in guardia contro una guerra preventiva senza un chiaro mandato internazionale. L’Unione europea visse allora una frattura quasi esistenziale, Washington, con il segretario alla Difesa Rumsfeld, parlò di «vecchia» e «nuova» Europa: la prima esitante e multilaterale, la seconda determinata a seguire le avventure “neocon” della Casa Bianca.
A quasi un quarto di secolo di distanza tutto sembra cambiato, il fronte pacifista non esiste più e nessun leader europeo osa opporre oggi la minima resistenza alla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran degli ayatollah. Esitazioni, smarrimenti, dichiarazioni di circostanza, i capi di stato e di governo dell’Ue si muovono come comparse remissive, all’ombra del gigante americano, disorientati e impauriti. Tutti tranne uno: il premier spagnolo Pedro Sanchez.
Il leader socialista ha rifiutato di concedere le basi all’aviazione Usa (una dozzina di aerei da rifornimento KC-135) e condannato nettamente l’attacco militare, sferrato senza ottenere il consenso delle Nazioni Unite, proprio come 23 anni fa; solo che all’epoca gli Stati Uniti di Bush e Colin Powell si sentirono perlomeno costretti alla patetica pantomima della “provetta” con le (inesistenti) armi chimiche di Saddam mostrata in Assemblea generale, Donald Trump l’Onu proprio non lo considera e agli alleati “infedeli” riserva la rappresaglia immediata come mostra il taglio di tutte le relazioni commerciali con Madrid.
Sanchez non si scompone e rivendica la posizione del suo governo: «Dico no al fallimento del diritto internazionale, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi a colpi di bombe, e dico no alla ripetizione degli errori del passato. Noi non saremo complici». La postura “verticale” e in difesa dell’autonomia nazionale del premier sta convincendo gli spagnoli, anche gli elettori di centrodestra e nelle ultime ore i sondaggi indicano un netto aumento della sua popolarità dopo mesi di sfiducia crescente.
L’idea che la Spagna venga punita dagli stati Uniti per aver invocato il diritto internazionale e l’indipendenza della sua politica estera suscita un riflesso di orgoglio trasversale se non una viva indignazione. E la memoria dell’Iraq pesa ancora. Nel 2004 il governo di José Luis Rodríguez Zapatero che vinse a sorpresa le elezioni politiche ritirò le truppe dal paese arabo proprio per chiudere quella stagione, un’eredita evocata esplicitamente dal governo spagnolo.
Lo scontro tra Washington e Madrid non si è esaurito nelle parole di fuoco scambiate tra le due sponde dell’Atlantico, lasciando dietro di sé uno strascico velenoso. Quando Donald Trump ha ventilato l’ipotesi dell’embargo commerciale contro Madrid, al suo fianco, nello Studio Ovale, sedeva il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Davanti ai giornalisti, nessuna parola è arrivata in difesa dell’alleato europeo, al contrario, Merz ha mostrato una certa sintonia con le critiche americane, richiamando la Spagna alle promesse sugli investimenti per la difesa: Berlino, ha spiegato, sta cercando di convincere Madrid a raggiungere l’obiettivo del 3-5% del Pil concordato in ambito Nato.
Secca la replica del ministro degli Esteri José Manuel Albares che si dice «sorpreso» per l’assenza di solidarietà da parte tedesca. A fare da scudo alla Spagna è intervenuta invece la Commissione europea, la presidente Ursula von der Leyen, senza mai citare lo scontro con Trump, ha ribadito «il pieno sostegno» a tutti gli Stati membri, assicurando la disponibilità a difendere con ogni mezzo gli interessi commerciali ed economici dei singoli paesi. Si espone di più il presidente francese Macron, che durante un colloquio con Sanchez gli ha espresso «solidarietà in risposta alle minacce economiche che hanno preso di mira la Spagna».