Da sempre per i regimi il carcere rappresenta il luogo in cui scaricare i dissidenti e gli oppositori politici, uno strumento per stritolare il dissenso e un monito per chi, da cittadino libero, osa esprimere le proprie opinioni e contestare chi governa. Nella Repubblica islamica dell’Iran la struttura centralizzata che si avvale dell’autorità clericale, rafforzata da reti di intelligence, tribunali rivoluzionari islamici e prigioni, ha tenuto per decenni la popolazione sotto lo schiaffo.
La prigione di Evin, a Teheran, è il simbolo della libertà di pensiero da mandare dietro le sbarre. Nel migliore di casi i dissidenti (giornalisti, scrittori, avvocati, professori universitari) vengono abbandonati al loro destino in isolamento - una “tortura bianca”, come viene definita -, privati del sonno e di una detenzione dignitosa. Per gli oppositori più temibili, invece, le sevizie e le umiliazioni di vario tipo sono all’ordine del giorno e servono ad accelerare la fine dell’esistenza terrena. La giornalista Cecilia Sala è stata reclusa ad Evin per 21 giorni tra il dicembre 2024 e il gennaio 2025. Nel 2022 anche la blogger Alessia Piperno è stata imprigionata ad Evin per 45 giorni.
La prigione, costruita nel 1971, si trova sulle colline a nord di Teheran, ai piedi dei monti Elborz. Attorno al complesso ci sono recinzioni di filo spinato elettrificato e un campo minato. Evin divenne tristemente famosa a livello internazionale durante l’ultimo periodo del governo di Mohammad Reza Shah Pahlavi, quando migliaia di prigionieri politici furono tenuti in condizioni disumane, torturati e giustiziati. In quel periodo spadroneggiava la SAVAK, la polizia segreta dello Scià.
Con la rivoluzione del 1979 Evin continuò a conservare la fama di luogo in cui si consumavano crimini inenarrabili. Il nuovo governo usò la prigione per ospitare i seguaci della monarchia e chi minacciava la nuova Repubblica islamica. Il 1988 fu l’anno in cui si raggiunse l’apice delle violenze, anche ad Evin. La Guida Suprema, Ayatollah Khomeini, ordinò l’uccisione – in molti casi neanche con un processo farsa – di migliaia di prigionieri politici. Ancora oggi non è noto il numero delle esecuzioni. Le stime di ex funzionari iraniani e le liste compilate dalle organizzazioni per i diritti umani rilevano che 38 anni fa vennero giustiziate in decine di città iraniane tra 2.800 e 5.000 persone. Un migliaio di esecuzioni avvennero solo a Evin.
In un rapporto di Human Rights Watch il famigerato carcere di Teheran viene descritto così: «Il complesso, situato in una posizione inquietante e bella per una prigione, si è ampliato nel corso degli anni fino a comprendere diversi edifici. Sebbene formalmente sotto il controllo dell’Ufficio nazionale delle Prigioni, negli ultimi anni diversi reparti del carcere sono stati di fatto ceduti all’autorità giudiziaria, al Corpo delle Guardie rivoluzionarie iraniane e al ministero dell’Intelligence e della Sicurezza».
Secondo alcuni osservatori, ad Evin si troverebbero diversi detenuti politici che potrebbero contribuire alla costruzione del nuovo Iran sulle macerie del regime degli ayatollah. Una suggestione? Un modo per animare la popolazione desiderosa di voltare pagina? Solo il tempo potrà fornire delle risposte. La dissidente iraniana Shabnam Assadollahi ha raccontato sul Times of Israel la sua esperienza ad Evin, «una struttura il cui nome è diventato sinonimo di incarcerazione politica, uno strumento strategico di controllo».
Il Centro per i Diritti umani in Iran (Chri), ong indipendente con sede a New York, ha lanciato un appello con cui chiede «ai governi di tutto il mondo e alle organizzazioni internazionali di utilizzare urgentemente ogni canale diplomatico e politico disponibile per fare pressione sulle autorità iraniane, affinché rilascino tutti i prigionieri politici e i detenuti e garantiscano che non vengano effettuate esecuzioni durante questo periodo di conflitto». Atena Daemi, ex prigioniera politica ed ex compagna di cella della premio Nobel Narges Mohammadi ha evidenziato che nella situazione attuale, «i prigionieri politici e i detenuti comuni sono i più vulnerabili in Iran». Secondo Daemi, i prigionieri possono diventare presto un bersaglio della vendetta da parte dei vertici del regime, sopravvissuti ai raid israeliani e statunitensi. Inoltre, come sottolinea il Centro per i Diritti Umani in Iran, «la Repubblica islamica, che tradizionalmente sfrutta l’ombra della guerra e delle crisi per commettere abusi nelle carceri e vendicarsi dei prigionieri politici», potrebbe sin d’ora sbarazzarsi dei possibili costruttori del nuovo Iran, libero e democratico.