Cosa Nostra
Nitto Santapaola è morto. Il boss catanese, considerato tra i più potenti e sanguinari di Cosa nostra, aveva 87 anni ed è deceduto per cause naturali nel reparto carcerario dell’ospedale San Paolo di Milano, dove era detenuto al 41-bis. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia.
Capo indiscusso della mafia catanese, Santapaola ha guidato per anni l’organizzazione nel settore degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti, trasformandola – secondo la ricostruzione giudiziaria – in una vera e propria holding criminale capace di infiltrare economia legale e politica. Fu arrestato in un casolare di Mazzarrone, nel Catanese, dopo 11 anni di latitanza: lo trovarono a letto con la moglie e non oppose resistenza.
Sulla morte del boss interviene Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ucciso con gli agenti di scorta nella strage di via D’Amelio. Il tono è netto, ma senza esultanze.
«Per fortuna Nitto Santapaola è morto in galera e non fuori come purtroppo rischia di succedere o sta già succedendo a molti altri boss di Cosa nostra». Poi aggiunge: «Mi lascia assolutamente indifferente dal piano umano, purtroppo ancora una volta non posso che prendere atto che se ne va un altro custode dei segreti di quella stagione di stragi e segreti».
Nel ragionamento di Borsellino, come già accaduto con altri capi storici, Santapaola porta via con sé verità non emerse: «Così come Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro anche Nitto Santapaola muore portandosi nella tomba la verità sulle stragi, sui rapporti fra la mafia e lo Stato, su tutta quella zona grigia che ancora oggi è protagonista della vita siciliana ed italiana. Purtroppo se ne va quando ancora manca la verità».
E sull’assenza di collaborazione con la magistratura, Borsellino lega il tema al quadro normativo e ai “meccanismi” che in passato spingevano i boss a parlare: «Anche perché lo Stato sta progressivamente smantellando il sistema che portava i mafiosi a collaborare. Oggi anche senza benefici per i pentiti, gli ergastolani arrivano ad avere permessi premio».
Santapaola stava scontando diversi ergastoli, tra cui quelli per l’omicidio del giornalista Giuseppe Fava nel 1984 e per le stragi del 1992 a Capaci e in via D’Amelio, oltre a condanne per la morte dell’ispettore di polizia Giovanni Lizzio a Catania. Protagonista della stagione corleonese di Cosa nostra, è rimasto fino all’ultimo fedele alleato di Totò Riina, condividendo la scelta di non collaborare.
Non c’è soddisfazione nemmeno nelle parole di Maria Falcone, sorella del giudice assassinato a Capaci. La sua posizione è di freddezza assoluta sul piano personale e di richiamo al lavoro investigativo e giudiziario.
«Lasciamo lì a Catania, per me è morto il giorno in cui è stato arrestato e messo al 41 bis, il resto è una questione umana di cui non mi interessa nulla. Io non aspetto la morte dei boss, la mafia non si combatte con i necrologi, si sconfigge continuando a comprendere come sta cambiando e dando ai magistrati gli strumenti più efficaci».