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Proibire i social agli adolescenti Australia e Francia chiudono la porta ai minori di 16 anni

Per contrastare la dipendenza digitale i governi approvano nuovi divieti. Ma la verifica dell'età legale pone problemi di protezione della privacy

02 Marzo 2026, 09:04

Proibire i social agli adolescenti Australia e Francia chiudono la porta ai minori di 16 anni

Il 10 dicembre 2025 l’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare per legge l’uso dei social network ai minori di 16 anni. Si tratta di un divieto vero e proprio e non un rafforzamento dei parametri di controllo parentale. La norma obbliga piattaforme come Instagram, X, Threads, TikTok, YouTube e Reddit a eliminare gli account dei minori, pena sanzioni economiche rilevanti. Escluse dal bando le piattaforme di messaggeria come

La responsabilità è interamente in capo alle aziende tecnologiche, chiamate a implementare sistemi di verifica dell’età considerati efficaci dalle autorità. La mossa australiana ha avuto un immediato effetto domino. L’assemblea nazionale francese ha approvato lo scorso gennaio una legge simile, che proibisce l’accesso ai social per i minori di 15 anni e punta a rafforzare la protezione digitale attraverso obblighi stringenti di verifica dell’età. La Spagna da parte sua varerà nei prossimi mesi lo stesso provvedimento australiano con il limite dei 16 ann: «Le reti sociali sono diventate uno Stato fallito, dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati» ha tuonato il premier iberico Pedro Sanchez annunciando la legge.

Il fronte europeo, tuttavia, non è uniforme. L’Italia per il momento non prevede un divieto generalizzato, ma richiede il consenso parentale per i minori di 14 anni. Una linea che, secondo osservatori politici, incontra il favore del governo della Germania, orientato più verso la responsabilizzazione familiare. La Danimarca sta lavorando a strumenti di verifica dell’età per impedire l’accesso sotto i 15 anni, lasciando tuttavia ai genitori la possibilità di autorizzarlo dai 13 con un sistema di “controllo parentale”.

In altri Paesi la discussione è ancora in una fase preliminare. La Norvegia valuta di innalzare l’età legale da 13 a 15 anni, con restrizioni più severe per i più giovani. La Malaysia prevede nel 2026 un divieto per gli under 16 accompagnato da strumenti digitali di accertamento dell’età. Nel Regno Unito la Camera dei Lord aveva spinto per misure analoghe a quelle australiane, ma il governo si è opposto e non esiste al momento un’iniziativa concreta in tal senso. Proposte simili sono state discusse anche in Portogallo, Nuova Zelanda e Pakistan, sulla scia della decisione di Canberra.

Le motivazioni sono ricorrenti: dipendenza digitale, tutela della salute mentale, contrasto al cyberbullismo, riduzione dell’esposizione a contenuti inappropriati, limitazione della raccolta di dati personali in età precoce.

I governi, spesso sostenuti anche dalle opposizioni, sostengono che le piattaforme, progettate per massimizzare l ’engagement , esercitino una pressione strutturale sugli adolescenti, amplificando dinamiche di confronto sociale e dipendenza cronica.

Da qui la scelta di intervenire in modo diretto sull’accesso, come se si fa per le emergenze sociali, anziché limitarsi a raccomandazioni o campagne educative che probabilmente lasciano il tempo che trovano.

Il nodo centrale resta tecnico e giuridico: come verificare l’età senza introdurre sistemi invasivi di identificazione?

Le soluzioni in campo — documenti digitali, riconoscimento biometrico, certificazioni di terze parti — sollevano questioni di privacy e proporzionalità. I colossi del Big Tech avvertono che controlli troppo rigidi rischiano di creare nuove vulnerabilità nella gestione dei dati; i sostenitori delle restrizioni replicano che l’assenza di controlli ha finora reso inefficaci i limiti formali fissati nei termini di servizio.

Si sta così delineando un cambio di paradigma. Per anni l’accesso ai social è stato regolato da soglie minime spesso aggirabili con un clic. Ora diversi Stati scelgono di trasformare quelle soglie in divieti vincolanti, con sanzioni pesantissime e obblighi verificabili.

La domanda che emerge è se si stia andando verso una forma di controllo globale dell’accesso dei minori alle piattaforme digitali o se, al contrario, si assisterà a un mosaico di soluzioni nazionali con livelli di rigidità differenti. Ad esempio l’America di Trump non sembra voler procedere per la strada della proibizione, al contrario l’Executive Order 14149 firmato dal presidente Usa nel gennaio 2025, poche ore dopo il suo insediamento, è incentrato sulla difesa della “libertà di parola” e sull’opposizione a quello che l’ordine definisce “censura federale”, un testo che riflette una visione molto cauta verso interventi governativi che limitino o regolino i contenuti e le piattaforme digitali.

Molto dipenderà dall’efficacia delle prime applicazioni: s il modello australiano dimostrerà di ridurre in modo significativo i rischi dichiarati, altri Paesi potrebbero seguirne l’esempio per quanto si tratti di fenomeni non misurabili sul breve periodo.

In caso contrario, il dibattito tornerà a concentrarsi su un equilibrio diverso tra divieto, educazione digitale e responsabilità condivisa tra famiglie, scuole e imprese tecnologiche.

In ogni caso, la stagione della semplice autoregolamentazione appare chiusa: l’accesso dei minori ai social è ormai una questione di politica pubblica, non più soltanto di condizioni commerciali d’uso accettate con un clic.