Sono arrivate quando ancora negli Stati Uniti era notte, appena iniziato l'attacco contro l'Iran da parte delle forze americane, le prime critiche all'operazione. E la decisione del presidente Donald Trump di lanciare nuovi attacchi contro Teheran, otto mesi dopo quelli contro le strutture nucleari iraniane, senza prima consultare il Congresso, scatena la rivolta da parte dei parlamentari che già a giugno dell’anno scorso affermarono come la mossa aggirasse la loro autorità costituzionale di dichiarare guerra.
Non solo da democratici, che chiedono con forza la convocazione urgente di Camera e Senato per discutere di un disegno di legge sui poteri del Presidente sull'Iran, ma anche da un primo esponente repubblicano. Thomas Massie, rappresentante Gop del Kentucky non nuovo a bordate al Presidente, ha denunciato i raid come "azioni di guerra non autorizzate dal Congresso".
Insieme al deputato democratico della California Ro Khanna, Massie aveva definito un progetto di legge bipartisan, da presentare nei prossimi giorni, per limitare la capacità del Presidente di adottare una azione militare unilaterale contro l'Iran senza l'approvazione del Congresso. Il Senatore democratico Tim Kaine, per cui l'operazione militare in corso è "una idiozia", chiede che il Senato sia convocato immediatamente per votare una risoluzione sui poteri di guerra per limitare l'autorità del Presidente a condurre una guerra con l'Iran. Anche diversi deputati democratici di spicco hanno chiesto a Johnson di convocare la Camera lunedì per discutere una analoga risoluzione sull'IRAN.
Lo speaker della Camera Usa Mike Johnson ha nel frattempo reso noto che la "Gang of Eight" il gruppo ristretto dei principali leader del Congresso che per legge devono essere informati su questioni di intelligence sensibili, "era stata aggiornata in dettaglio all'inizio della settimana sul fatto che un'azione militare poteva rendersi necessaria per proteggere le truppe e i cittadini americani in Iran". "Ho ricevuto aggiornamenti dal segretario Rubio e resterò in stretto contatto con il Presidente e il Dipartimento della Guerra mentre procede l'operazione", ha aggiunto Johnson. Il segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della Cia John Ratcliffe avevano fornito in settimana un briefing riservato ai diversi componenti del 'gruppo degli otto', ma senza entrare nei dettagli delle giustificazioni legali dei raid in Iran.
Tra i leader informati, oltre a Johnson, figurano il leader della maggioranza al Senato John Thune e il vicepresidente della commissione intelligence del Senato Mark Warner. Il Senatore Democratico dell'Arizona Ruben Galego ha criticato l'attacco denunciando che "possiamo sostenere il movimento per la democrazia e gli iraniani senza inviare i nostri militari a farsi massacrare". Mark Warner, democratico della Virginia, ha affermato che i raid "contro un vasto spettro di obiettivi, inclusi esponenti di spicco della leadership iraniana, segnano una decisione con conseguenze profonde che rischia di trascinare gli Stati Uniti in un altro conflitto di grandi proporzioni in Medio Oriente". "Gli americani hanno già visto prima il ricorso a questo manuale, senso di urgenza, intelligence travisata, una azione militare che porta gli Stati Uniti a un nuovo cambio di regime e a una prolungata operazione di nation building", ha aggiunto.
"Il Presidente Trump ha imparato qualcosa da decenni di interferenze Usa in Iran e di guerra infinite in Medio Oriente? E' troppo incapace a livello mentale per realizzare che avevamo un accordo diplomatico con l'Iran che manteneva sotto controllo il suo programma nucleare fino a che non lo ha fatto saltare durante il suo primo mandato?", ha chiesto Kaine. "Per mesi ho scatenato l'inferno per dire che gli americani chiedono prezzi più bassi, non più guerre, in modo particolare, guerre che non sono autorizzate dal Congresso, come richiesto dalla Costituzione, e non hanno un obiettivo chiaro. Questi raid sono un errore colossale e prego che non costino vite ai nostri figli in uniforme e alle ambasciate nella regione". Jim Hime, democratico del Connecticut alla Commissione intelligence della Camera, ha definito l'attacco come "una guerra scelta senza obiettivo strategico".
Ma cosa dice la Costituzione americana in proposito? L’Articolo I, sezione 8, conferisce al Congresso il potere "di dichiarare guerra, concedere licenze di preda e di rappresaglia e stabilire regole sulle prede di terra e di mare". L’Articolo II, invece, designa il presidente come "Comandante in capo dell’Esercito e della Marina degli Stati Uniti", attribuendo al potere esecutivo l'autorità di dirigere le forze armate una volta autorizzato il conflitto. Lì si è insinuato il punto di crisi. Nella storia americana i presidenti hanno più volte inviato forze statunitensi in combattimento senza una formale dichiarazione di guerra. Come in quella che gli storici chiamarono la "Quasi guerra", un conflitto navale limitato tra i giovani Stati Uniti e la loro ex alleata nella Guerra d’Indipendenza, la Francia. Ebbe luogo alla fine del diciottesimo secolo, ma non ci fu mai una dichiarazione formale di guerra tra i due Paesi.
Tecnicamente, restando al testo, la Costituzione americana non richiede che il Congresso emetta una dichiarazione formale di guerra. Ciò che conta è l’approvazione legislativa, come un’autorizzazione all’uso della forza militare. Vuol dire che il requisito costituzionale sta nell’approvazione di un testo da parte del Congresso. Non serve una Dichiarazione di guerra. Il presidente repubblicano George H.W. Bush ottenne un’autorizzazione per la Guerra del Golfo nel '91. Durante la crisi del Kosovo del '99, il presidente democratico Bill Clinton lanciò, senza autorizzazione del Congresso, una campagna di bombardamenti della Nato contro quella che allora era la Jugoslavia.
Ogni volta è andato in scena lo scontro tra Casa Bianca e Congresso. Ma già dopo la guerra del Vietnam - punto di svolta perché molti americani, e dunque elettori, vennero uccisi - il potere legislativo cercò di recuperare parte della propria autorità approvando la War Powers Resolution del 1973, che mirava "a realizzare l’intento di chi aveva redatto la Costituzione" e "garantire che il giudizio collettivo sia del Congresso sia del Presidente si applichi all’introduzione delle Forze Armate degli Stati Uniti in ostilità". La risoluzione richiede al presidente di notificare al Congresso entro 48 ore il dispiegamento delle forze in ostilità e di porne fine entro 60 giorni, a meno che il Congresso non lo autorizzi o proroghi. Divenne legge dopo che il Congresso superò il veto del presidente Richard Nixon, l’uomo a cui Trump disse in passato di ispirarsi. All’inizio gli storici considerarono questo traguardo la soluzione allo scontro tra poteri e la via per evitare un nuovo Vietnam. Nella realtà le amministrazioni, di ogni appartenenza politica, come abbiamo visto, hanno aggirato i vincoli, finendo per informare il Congresso a cose fatte invece che consultarlo. La Costituzione, secondo il parere di molti esperti legali, proibisce al presidente di usare la forza armata per attaccare un Paese come l'Iran a meno che non vi sia un "attacco contro gli Stati Uniti o la minaccia di un attacco imminente".