Giovedì 26 Febbraio 2026

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Ma quale sogno americano! Trump vende soltanto se stesso

Nel discorso sullo stato dell’Unione una realtà immaginaria ma efficace

26 Febbraio 2026, 18:33

Ma quale sogno americano! Trump vende soltanto se stesso

«Perception is reality», dice Bill Adler, personaggio di Industry, serie tv di HBO ambientata nel mondo della finanza, appena rinnovata per una quinta e ultima stagione. La percezione è realtà, il che non vale solo per le banche di investimento. Vale anche per la politica. Vale per gli Stati Uniti d’America, “impero irresistibile” per dirla con Victoria de Grazia, dove Donald Trump continua a vendere non il sogno americano bensì il sogno trumpiano. Lo vende anzitutto a sé stesso.

L’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione è stato il trionfo dell’eccezionalismo di Trump: «Questa è l’età dell’oro dell’America», ha detto il 47esimo presidente: «L’ultima volta che ho parlato in quest’aula, 12 mesi fa, avevo appena ereditato una nazione in crisi con un’economia stagnante, inflazione a livelli record, un confine spalancato, un reclutamento disastroso per militari e polizia, criminalità dilagante in patria e guerre e caos in tutto il mondo». Ma questa sera, dopo appena un anno, «posso dire con dignità ed orgoglio che abbiamo realizzato una trasformazione mai vista prima e una svolta destinata a restare nella storia. È davvero una svolta destinata a restare nella storia», ha detto ancora Trump nel suo lunghissimo discorso.

Gli statunitensi sembrano però provare meno entusiasmo del loro presidente. Secondo un sondaggio commissionato dalla CNN all’istituto di ricerca SSRS, soltanto il 38 per cento giudica il discorso in modo “molto positivo” (nel 2025 era il 44 per cento e nel 2017 il 57 per cento), ma per Trump, abile venditore, non è importante. Questa d’altronde è l’epoca dei “fatti alternativi”: una percezione vale l’altra. I dati non servono, il fact-checking non si può opporre all’emotività e alle percezioni. «Oggi si sta diffondendo un nuovo nichilismo», scrive il filosofo Byung-chul Han in Infocrazia. Un nichilismo che è nato nel momento in cui abbiamo perso la fede nella verità stessa: «Nell’èra delle fake news, della disinformazione e delle teorie del complotto, stiamo perdendo la realtà e le verità fattuali».

Viviamo in un mondo nel quale c’è chi pensa che due più due non faccia quattro; un mondo nel quale chi è sufficientemente popolare da dettare qualche tendenza politica o sociale può raggiungere, via social media e social network, un potere enorme. Un mondo nel quale una folla trumpiana, sapientemente titillata per mesi, per anni, dalle sortite di Trump sull’allora Twitter, decise di assaltare il Campidoglio, il 6 gennaio 2021, convinta che Trump avesse legittimamente vinto le elezioni già nel 2020 e che Joe Biden gliele avesse scippate.

Se l’informazione è potere, l’accesso a un mezzo di comunicazione per poterla controllare, per poter addomesticare il messaggio se non manipolarlo, è parte di quel potere. Il problema è dunque duplice; da una parte c’è l’intento manipolatorio, ma dall’altra c’è anche un pubblico di lettori ed elettori disposto a credere alle manipolazioni. Lo notava già Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo: «Le masse moderne non credono alla realtà del mondo visibile, della propria esistenza; non si fidano dei propri occhi e orecchi, ma soltanto della propria immaginazione… Si lasciano convincere non dai fatti, neppure dai fatti inventati, ma soltanto dalla compattezza del sistema».

Il sistema di Trump è compatto, coerente pur nelle sue giravolte da uomo d’affari abituato alle compravendite, al rilancio, alla speculazione. Non ha inventato niente, beninteso, il presidente statunitense, casomai ha sfruttato e sfrutta le linee di frattura già presenti nella società americana. Una di queste fratture riguarda il mondo dei media, alle prese con costanti trasformazioni. Tutto ciò che non è di suo gradimento diventa una fake news, che come l’Avada Kedavra nel mondo di Harry Potter è una maledizione senza perdono che colpisce i giornalisti americani quando Trump li attacca, li sminuisce, li priva di risorse come nel caso della National Public Radio, NPR, e della Public Broadcasting Service, PBS (quello di Radio Radicale non è purtroppo un caso isolato).

Trump ha prosperato fin qui sulla sfiducia nei confronti dei media tradizionali, che continua a crescere tra gli americani, ha osservato Gallup, un istituto di ricerca che dagli anni ’70 analizza il rapporto fra media e cittadini statunitensi. Secondo l’ultimo rapporto, la fiducia degli americani nei mass media è scesa a un nuovo minimo, con solo il 28 per cento che dice di avere “molta” o “una discreta” fiducia nei giornali, nella TV e nella radio. Si tratta di un calo rispetto al 31 per cento dello scorso anno e al 40 per cento di cinque anni fa. Nel frattempo, sette adulti statunitensi su dieci dicono di avere “poca” fiducia (36 per cento) o “nessuna” fiducia (34 per cento) nei confronti dei media. Senza informazione non c’è democrazia liberale, senza fiducia nell’informazione non ci sono pesi e contrappesi cognitivi. C’è solo percezione, ci sono solo fatti alternativi. Vince chi la sa raccontare, o manipolare, meglio.