Nel 2026 in un Paese dell’Unione europea accade che un ex ministro delle Finanze venga rinviato a giudizio per aver raccontato in un podcast informale di aver assunto una pasticca di ecstasy una sola volta nel 1989.
Il protagonista è Yanis Varoufakis, economista, ex responsabile delle Finanze della Grecia e attuale leader del movimento DiEM25. Durante l’intervista Varoufakis racconta di aver provato l’ecstasy 36 anni fa, mentre era in vacanza in Australia a Sidney: «Io non sono come Bill Cinton che ha ammesso di aver fumato marijuana ma “senza aspirare”», ha scherzato l’ex ministro, spiegando che di aver ballato «per 15 ore di fila» ma anche di essere stato male, assediato dall’emicrania «per un’intera settimana». Nessuna apologia, nessun rave illegale sotto l’Acropoli, solo un innocente aneddoto di gioventù.
L’accusa formalizzata dalla procura di Atene parla di «incitamento pubblico all’uso di droghe», la data della prima udienza è fissata per il prossimo 16 dicembre. Il materiale contestato consiste in alcuni frammenti di un’intervista in formato vidcast in cui Varoufakis, con tono chiaramente autoironico, ha ricordato quell’episodio lontano nel tempo, sottolineando peraltro gli effetti negativi dell’ecstasy. Ma per le toghe elleniche quelle parole sono pericolose e diseducative, il loro autore deve essere punito in modo esemplare: sembra una pagina di Kafka ambientata tra i templi dorici e le scartoffie di una procura contemporanea.
Il DiEM25 ha reagito immediatamente ala notizia denunciando «la deriva fascista della giustizia greca», la sua «subalternità culturale al potere esecutivo, in particolare all’orbita di nuova Democrazia», il partito conservatore del premier Kyriákos Mitsotákis. «In un Paese in cui l’azione giudiziaria coltiva quotidianamente il nichilismo sociale, ignorando gli scandali più gravi, incriminare il leader del nostro movimento per una simile ragione potrebbe strappare un sorriso a qualcuno, purtroppo si tratta di una vicenda molto pericolosa per la democrazia».
Si può discutere il tono enfatico, “un po’ “liceale” e sopra le righe del comunicato, ma resta un dato oggettivo: l’idea di processare il leader di un partito per aver evocato un’esperienza personale risalente allo scorso millennio non è una svista amministrativa. È una scelta giudiziaria e probabilmente politica. Il contesto in cui questa vicenda si inserisce non aiuta a dissipare i dubbi: negli ultimi anni la magistratura greca è stata al centro di polemiche per diversi dossier come lo scandalo delle intercettazioni che ha coinvolto politici e giornalisti, il cosiddetto “Predatorgate”, lo spyware utilizzato dai servizi di intelligence (EYP) contro figure pubbliche e oppositori politici. Oltre al governo, accusato di spiare i propri avversari, anche i giudici sono finiti nella bufera o per aver autorizzato la sorveglianza illegale, o per averla ignorata e coperta.
Il Parlamento europeo ha discusso il caso e organizzazioni internazionali hanno espresso preoccupazione sull’indipendenza della magistratura e l’efficacia delle indagini interne. Non è esattamente il clima ideale per chiedere ai cittadini un atto di fede nella totale neutralità dell’apparato giudiziario. Sul piano più generale, la European Court of Human Rights ha condannato più volte Atene per violazioni legate ai ritardi procedurali e alle condizioni di detenzione, evidenziando problemi strutturali nella durata dei processi e nel sovraffollamento carcerario. Diverse organizzazioni per i diritti umani tra cui l’americana Human Right Wastch hanno denunciato l’uso estensivo della custodia cautelare e le lungaggini giudiziarie, che finiscono per trasformare la misura preventiva in una pena anticipata.
In questo quadro desolante, l’energia investigativa impiegata per scandagliare un podcast suona quanto meno sinistra. L’ironia amara è che Varoufakis, nel racconto incriminato, non ha affatto celebrato un’esperienza da replicare. Ha descritto un «entusiasmo chimico» seguito da sette giorni di sofferenza e ha precisato di non aver mai più ripetuto l’esperimento. Se questo significa “incitamento”, allora ogni testimonianza autobiografica diventa sospetta, ogni confessione giovanile può essere riesumata come prova di propaganda.
C’è la tentazione di liquidare il tutto alla voce “notizie insolite”, ironizzare sullo zelo bigotto dei magistrati, pensare a una bizzarria destinata a sgonfiarsi in aula come si spera che accada, ma guai a sottovalutare l’iniziativa della procura di Atene perché la storia recente, anche in sistemi liberi e democratici, è lastricata di assurdità giudiziarie diventate nel tempo dei veri e propri mostri.