Trump, presidente Usa
I dazi tornano a portare scompiglio nell’economia globale e in particolare nei rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea, dopo che la Corte Suprema statunitense ha stabilito l’illegittimità di parte delle tariffe imposte dal presidente Usa, Donald Trump, il 2 aprile 2025 nel “Liberation Day”. La decisione non è stata presa bene da Trump che ha reagito a caldo e dal palco della sala stampa della Casa Bianca ha detto di poter «distruggere un Paese, distruggere l’economia di un Paese, imporre un embargo, ma non posso imporgli nemmeno un dollaro (di dazi ndr)».
Il presidente Usa quindi ha annunciato l’imposizione di un dazio globale del 10%, successivamente aumentato al 15%, in base ad altri poteri previsti dalla Sezione 122 del Trade Act del 1974. Queste nuove tariffe resteranno in vigore per 150 giorni e dovranno essere ratificate dal Congresso entro 5 mesi, non verrà applicata ai prodotti soggetti a dazi doganali settoriali, né ai prodotti canadesi e messicani importati negli Stati Uniti nell’ambito del trattato nordamericano di libero scambio.
Successivamente, con un post pubblicato sul suo social Truth, Trump ha rincarato la dose sulla sentenza della Corte Suprema, sostenendo di non dover «tornare al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. L’hanno già ottenuta, in molte forme, molto tempo fa! Sono stati anche appena riaffermati dalla ridicola e mal formulata sentenza della Corte Suprema!». E poi ha messo in guardia «qualsiasi Paese voglia ‘giocare’ con la ridicola sentenza della Corte Suprema, soprattutto quelli che hanno ‘fregato’ gli Stati Uniti per anni, e persino decenni, si troverà ad affrontare dazi molto più alti, e peggiori, di quelli che ha appena concordato. ATTENZIONE ACQUIRENTI!!! Grazie per l’attenzione», conclude il massaggio.
La sentenza dei giudici di Washington e la reazione del presidente Usa hanno creato tensioni e confusione sull’altra sponda dell’oceano Atlantico. Lo scorso luglio l’Unione Europea aveva infatti raggiunto con gli Stati Uniti un accordo commerciale per attenuare l’effetto dei dazi sull’economia dei Paesi membri. L’accordo, siglato lo scorso luglio a Turnberry in Scozia, ha fissato un dazio del 15% sulle esportazioni dell’Ue, riducendo a zero i dazi sui prodotti industriali statunitensi. Alla quota del 15% si dovrebbe aggiungere la clausola della nazione più favorita che regolava i rapporti tra Usa e Ue in passato, e che si attesta attorno al 4,8%. Tale clausola, negli accordi, era inclusa nel tetto del 15%.
Oggi a Bruxelles le istituzioni dell’Unione hanno lavorato a pieno regime. Si sono tenute infatti una riunione straordinaria del team negoziale del Parlamento europeo sull'accordo, oltre alla già programmata riunione del Consiglio Affari Esteri dell’Ue incentrato sul supporto all’Ucraina, soprattutto dopo il veto posto da Budapest sulle sanzioni a Mosca, e al cui ordine del giorno è stata aggiunta in extremis la questione dazi, su cui Parlamento e Commissione Ue la vedono diversamente, con il primo che vorrebbe congelare l’iter legale di ratifica dell’accordo con gli Stati Uniti mentre per la seconda «la scelta migliore è quella di mantenere l’accordo. L’accordo è una buona opzione», come dichiarato dal portavoce della Commissione per il Commercio, Olof Gill.
E l’Italia è dello stesso avviso. «Noi vogliamo che si rispetti l’accordo precedente che c'era - ha dichiarato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che oggi ha presieduto riunione della task force dazi con le imprese italiane per aggiornarle e fare il punto della situazione -. Stiamo parlando con gli americani, ma è la Commissione europea, nella figura del commissario Maros Sefcovic, che deve parlare - ha aggiunto Tajani - Dichiarazioni roboanti, minacce che poi non si applicano, non servono assolutamente a risolvere i problemi della nostra economia. Qua si tratta di tutelare l’export del nostro Paese, non di giocare a dire se è simpatico o non è simpatico Trump».
Da Berlino nel frattempo il cancelliere tedesco Friedrich Merz propone il ricorso al cosiddetto ‘bazooka’ economico europeo, ma solo come "ultima opzione" nell’eventualità in cui i colloqui non dovessero riuscire a sbloccare l’attuale disputa commerciale con gli Stati Uniti. «Sono fiducioso che troveremo un modo per risolvere queste controversie commerciali senza ricorrere a questo strumento - ha dichiarato Merz - ma se è necessario, allora è necessario, e sarò l'ultima persona a dire no», ha chiarito il cancelliere.
Secondo il calendario dei lavori, domani al Parlamento Europeo si sarebbe dovuto svolgere il voto della commissione per il Commercio Internazionale sulla ratifica dell’accordo di Turnberry, la votazione però è stata rimandata a data da destinarsi una volta che la situazione si sarà stabilizzata e dagli Stati Uniti giungeranno indicazioni chiare e univoche rispetto alla loro politica doganale.