L'omicidio
Omicidio a Rogoredo
Non basta più ricostruire il “come”. Nell’inchiesta della Procura di Milano sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, pusher 28enne ucciso a Rogoredo con un colpo di pistola esploso da circa 25 metri, la domanda decisiva è diventata un’altra: perché. Perché a sparare è stato l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni, in servizio al commissariato Mecenate; perché la prima versione della legittima difesa – fondata sull’idea che Mansouri impugnasse un’arma, poi risultata caricata a salve – «è crollata sotto i colpi delle contraddizioni»; e perché attorno al boschetto della droga, ora, emerge un quadro che gli inquirenti provano a mettere in ordine.
Gli inquirenti, coordinati dal pm milanese Giovanni Tarzia, non devono più accertare solo i fatti già definiti nel testo: chi ha aperto il fuoco (il poliziotto), come è morto Mansouri (un colpo di pistola d’ordinanza) e quando (poco dopo le 17.30 del 26 gennaio). Il punto è capire se tra agente e vittima ci fossero rapporti pregressi e un contesto di relazioni opache.
Nel primo interrogatorio, l’indagato avrebbe detto: «Conoscevamo i fratelli, i cugini e i componenti della famiglia Mansouri», indicando anche il soprannome della vittima, «Zack». Secondo fonti investigative citate nel testo, nell’ultimo periodo tra i due ci sarebbero stati «tensioni» e «dissapori».
La Squadra mobile indaga per verificare se l’omicidio possa essere maturato nell’ambito di presunte richieste di “pizzo” che il poliziotto avrebbe avanzato nei confronti di uno o più pusher della zona. Il testo precisa che si tratta di ipotesi non definitive ma, allo stato, considerate più fondate rispetto a un’altra ricostruzione: quella di una minaccia di Mansouri di denunciare eventuali abusi all’autorità giudiziaria.
Nel passato di Cinturrino vengono richiamati altri episodi definiti anomali. Il testo cita i dubbi su un arresto del maggio 2024 al Corvetto: un 20enne tunisino sarebbe stato assolto per incongruenze nel verbale e nelle annotazioni firmate dall’agente, con trasmissione degli atti in Procura per valutare la posizione del poliziotto. Quel fascicolo sarebbe “sparito” per oltre un anno e oggi risulterebbe un’indagine per falso “in stallo”, perché la priorità investigativa è data all’omicidio Mansouri.
In quel procedimento, si legge, esisterebbe un video di sorveglianza: una collega passa a Cinturrino il cellulare del sospettato, lui apre la cover ed estrae contanti, poi li infila nel borsello. Nel verbale di sequestro, però, risulterebbe solo «N 1 banconota da 20 (venti) euro», senza traccia del resto del denaro. Un particolare che nel testo viene definito forse ininfluente rispetto all’omicidio, ma potenzialmente indicativo di un “contesto” e di «relazioni opache» tra forze dell’ordine e spaccio.
La prima ricostruzione fornita nelle ore successive alla morte di Mansouri, secondo il testo, è ormai crollata. I quattro colleghi di Cinturrino, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, interrogati avrebbero modificato le loro dichiarazioni, offrendo versioni tra loro «concordanti, credibili e univoche». L’avvocato Pietro Porciani commenta: «Replicherò quando avrò la possibilità di leggere le deposizioni dei colleghi e di consultarmi col mio assistito».
Nell’indagine sarebbe emerso anche un testimone: un altro pusher che, nell’ora della morte, sarebbe stato al telefono con il 28enne. «Vattene, c’è la polizia», gli avrebbe detto, prima di sentire lo sparo e la linea cadere. Poi prova a richiamare, ma da quel momento il telefono squilla a vuoto: Mansouri è a terra, agonizzante nel bosco.
Il testo aggiunge un dettaglio temporale pesante: la chiamata al 118 partirebbe oltre 20 minuti più tardi. È proprio da quella testimonianza – individuata dai difensori della famiglia Mansouri, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli – che gli investigatori avrebbero potuto datare con precisione il momento dello sparo letale, incrociando le dichiarazioni con i dati dei due cellulari.
L’ultimo fronte riguarda ciò che, nel testo, viene definito come una possibile messinscena. Dopo gli interrogatori e l’analisi delle immagini, sarebbe emerso che uno dei quattro agenti, un 28enne, sarebbe rientrato al commissariato Mecenate mentre Mansouri era ancora a terra in via Impastato, per poi tornare al boschetto indossando uno zaino.