Sabato 21 Febbraio 2026

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L'intervista

Del Pero: «Con Trump il mondo è guidato dal neo-imperialismo affarista»

Lo storico di SciencesPo analizza l’era Trump tra nostalgie imperiali, declino della governance globale e distanza crescente tra Stati Uniti ed Europa.

18 Febbraio 2026, 09:59

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Trump all’attacco: «Ho ereditato un disastro, ora l’America rinasce»

Trump

Non appena è ritornato alla Casa Bianca, poco più di un anno fa, Donald Trump ha iniziato a lanciare messaggi poco inclusivi, soffiando sul fuoco delle divisioni politiche, sociali e razziali. Mario Del Pero, professore di Storia internazionale e Storia degli Stati Uniti all’Institut d’études politiques-SciencesPo di Parigi, autore del libro «Buio americano» (Il Mulino), si interroga sul futuro di una delle democrazie più antiche.

Professor Del Pero, quanto sta cambiando il mondo nell’era Trump?

«Stiamo assistendo ad un’accelerazione dei cambiamenti. C’è una evidente crisi, sotto certi aspetti un vero e proprio crollo, dell’architettura della governance del mondo. Le principali istituzioni internazionali sono deboli, delegittimate o apertamente sfidate, penso all’Onu e all’Organizzazione mondiale per il Commercio. Chi guida la principale potenza mondiale, gli Stati Uniti, pensa di poter modificare questa architettura della governance con nuovi strumenti, che, ai miei occhi, hanno tratti neo-imperiali».

Una nuova forma di imperialismo, dunque?

«Proprio così. La cifra distintiva è quella di un imperialismo aggiornato al XXI secolo con violazioni di quel che resta del diritto internazionale. Trump propone, come strumento alternativo di governo delle relazioni internazionali, il Board of peace da lui presieduto non in quanto presidente degli Stati Uniti, ma in quanto Donald Trump. Nomina il genero Jared Kushner nel comitato esecutivo e stabilisce una membership a pagamento. In sostanza, trasforma le relazioni internazionali con questa chiave neo-imperiale e anche molto affaristica, perché accanto all’imperialismo c’è una visione patrimonialista e privatistica di come le relazioni internazionali devono essere gestite e quali interessi devono soddisfare».

Il titolo del suo ultimo libro, «Buio americano», è molto chiaro. Gli Stati Uniti sono entrati in un tunnel?

«Credo proprio di sì. Trump non è la causa unica, primaria o originaria di questa notte americana, di questo buio, se vogliamo usare la metafora utilizzata nel titolo del mio libro, che esiste già da alcuni anni. Negli Stati Uniti c’è un’evidente crisi della democrazia, una crisi di riconoscimento, di accettazione della democrazia e delle sue istituzioni. Io, da storico, collego questa situazione alla crisi del 2008, a quel che ha generato. Penso alle fallimentari guerre americane del XXI secolo, ai processi di integrazione economica globale che hanno interessato gli Stati Uniti, come tutti i Paesi più ricchi, con le democrazie più avanzate causa di disuguaglianze macroscopiche. Tutti questi processi hanno provocato un rigetto delle istituzioni democratiche, un’ostilità verso la democrazia nelle sue varie forme e processi di polarizzazione politica ed elettorale radicale».

Il presidente degli Stati Uniti incarna per i suoi sostenitori una forma sui generis del sogno americano?

«Trump promette il ritorno a passati idealizzati da cui sono espunte le contraddizioni, le tante opacità che sono proprie della storia. Alimenta nostalgie potenti dentro cui sta il sogno americano. Io credo, l’ho detto anche nel mio libro, che sono soprattutto le nostalgie su cui Trump fa leva. Lo slogan MAGA, “Make America Great Again”, è nostalgico. L’avverbio again, di nuovo, rimanda a un passato da riattivare, non guarda a un futuro da immaginare e da proporre. C’è la nostalgia precedente al 2008, con i consumi a debito, la crescita dei valori dei beni immobili. E poi la nostalgia degli anni ‘50 e ‘60, prima del ’68, e tutto quel che ne è conseguito: un’America dei sobborghi con inscalfibili gerarchie razziali e di genere; un'America con la segregazione razziale, dove, lo dico molto grossolanamente, i neri stavano al loro posto così come, nella gran parte dei casi, le donne».

Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, durante la conferenza di Monaco, ha detto che «il mondo è under destruction» e che per l'Europa «è finita la vacanza della storia». In più ha aggiunto che agli Stati Uniti conviene avere più amici. L’altra sponda dell’Atlantico è sempre più distante?

«Merz ha fatto forse un discorso più duro di quanto non si immaginasse. La vacanza della storia è un artificio retorico che a uno storico non piace. La storia non va mai in vacanza. Inoltre, l’Europa protetta dagli Stati Uniti non è mai stata inerte e passiva. Il nostro continente ha fatto delle cose molto coraggiose e innovative. Ha creato la Comunità europea e ha proposto l’integrazione europea; ha creato la moneta unica ed un mercato unico. Il passaggio di Merz è stato più duro del previsto, in quanto il cancelliere tedesco ha affermato che l’Europa oggi deve fare da sola. Gli Stati Uniti non sono più non solo un alleato, ma anche un patrono affidabile. Merz in una certa misura ha rilanciato quello che Macron ha detto pochi giorni fa. Non possiamo, in quanto Europa, essere in balia dei cicli elettorali statunitensi. Magari nel 2028 vincerà un democratico atlantista come Biden e il periodo al quale stiamo assistendo finirà, ma si tratterebbe di una fine temporanea. Non possiamo affidare i nostri destini agli umori degli elettori americani. Credo che il messaggio di Merz sia coerente con quello di Macron».