C’è una foto che resta scolpita nella memoria collettiva dell’America: il 4 aprile 1968, pochi istanti dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr. tre uomini indicano il balcone del Lorraine Motel di Memphis da dove è partito il colpo mortale, tra di loro un giovane Jesse Jackson. È uno scatto drammatico e carico di destino: da quella tragedia nasce la storia di un uomo che ha segnato per decenni la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, un moto perpetuo di attivismo, intraprendenza e diplomazia.
Il reverendo Jesse Louis Jackson è morto a 84 anni, in pace e circondato dai suoi cari, la famiglia lo ricorda come «un leader al servizio degli altri, degli oppressi, dei senza voce e degli dimenticati del mondo intero». La nota sottolinea la sua fede incrollabile nella giustizia, nell’uguaglianza e nell’amore, e invita tutti a «onorare la sua memoria continuando la lotta per i valori che hanno guidato la sua vita».
Nato a Greenville, Carolina del Sud nella cornice balorda della segregazione e della povertà, figlio di una ragazza madre, Jackson sperimenta presto le barriere razziali e le disuguaglianze sociali che ancora ammorbano gli Stati ex schiavisti del sud. Da giovane pastore battista, entra in contatto con il movimento per i diritti civili e diventa collaboratore di Martin Luther King. E’ in prima linea nelle mobilitazioni che portano alle grandi riforme che nel 1964 e 1965 smantellano il sistema segregazionista, il Civil Rights Act e il Voting Rights Act.
Partecipa alla celebre marcia di Selma in Alabama che chiede la tutela federale del diritto di voto per gli afroamericani. Ancora troppo giovane per essere tra i leader, entra però nel primo cerchio del reverendo all’interno della Southern Christian Leadership Conference. I due uomini hanno carattere e temperamento opposti, messianico, visionario e riflessivo il maestro, irruento e passionale l’allievo.
Negli anni 70 Jackson si impone come uno dei leader più influenti del movimento di liberazione della comunità afroamericana. Mentre il movimento per i diritti civili mostra segni di stanchezza e si affacciano sulla scena nazionale il radicalismo del Black Panther Party e le prime rivolte urbane, il pastore sceglie una strada diversa. Non abbraccia il nazionalismo nero, ma propone una riconciliazione fondata sul conflitto sociale: non più bianchi contro neri, bensì «chi ha tutto» contro «chi non ha nulla».
La sua capacità di costruire alleanze, come la Rainbow Coalition, che riesce a federare neri, bianchi, latinos, asiatici e nativi americani è un pungolo costante per il partito democratico che in quegli anni fatica a tenere insieme le istanze dei diritti civili e la nuova geografia sociale dell’America post-industriale. Jackson capisce che la questione razziale non è un compartimento stagno: è intrecciata alla povertà urbana, alla disoccupazione, alla guerra, all’accesso all’istruzione. La sua retorica è pastorale e politica insieme, capace di accendere le platee con il ritmo incalzante dei sermoni battisti e di tradurre quell’energia in un programma politico.
Dopo la rottura con la Southern Christian Leadership Conference, fonda un’altra organizzazione, la PUSH (People United to Save Humanity), trasformando Chicago in un laboratorio di pressione politica e di contrattazione economica, una specie di sindacato informale. Non si limita a chiedere leggi: pretende contratti, posti di lavoro, investimenti nei quartieri più disagiati e colpiti dalla crisi. In questo senso Jackson è figlio dei suoi tempi, meno teologo e più organizzatore pragmatico rispetto a King; meno incline all’astrazione morale, più attento alla leva concreta del potere.
Le sue due candidature alle primarie democratiche per la Casa Bianca, nel 1984 e nel 1988, segnano un passaggio storico; Jackson naturalmente non può vincere ma la presenza di un afroamericano nella contesa presidenziale era inimmaginabile fino a quel momento. Nel 1988 conquista milioni di voti, vince in diversi Stati e porta alla Convention un’America che fino ad allora era rimasta ai margini della rappresentanza nazionale. Il suo discorso costruito sullo slogan immediato e suggestivo «we are somebody», è una versione ante litteram del celebre black lives matters, il movimento antirazzista che ha infiammato gli Stati Uniti nell’ultimo decennio.