Quentin D. aveva 23 anni, studiava matematica all’università, era un cattolico praticante e un attivista della destra identitaria. La sua vita si è interrotta sabato scorso in modo assurdo e brutale: ucciso a calci e pugni da un gruppo di “antifa” incappucciati.
Scene cupe da anni di piombo. L’aggressione è avvenuta nel centro di Lione, a margine di una mobilitazione organizzata da Némésis, un collettivo femminista di destra nato all’inizio degli anni 2000. Protestavano contro Rima Hassan, deputata della France insoumise di origine palestinese che in quel momento stava intervenendo a un incontro all’Istituto di scienze politiche. Uno dei bersagli prediletti di Nemsis è il cosiddetto islamo-gauchisme, ovvero la complicità, vera o presunta, tra gli ambienti della sinistra radicale e i movimenti islamisti che esporrebbe le donne francesi ed europee a violenze “importate” attraverso l’immigrazione. Uno strano intreccio tra rivendicazioni femministe e linguaggio identitario.
Nelle ore precedenti all’aggressione la tensione era salita rapidamente con l’arrivo dei gruppi di estrema sinistra, Quentin D. assieme ad altri ragazzi era lì per “proteggere” le militanti di Némésis, non più di qualche decina. Secondo le prime ricostruzioni confermate dai raggelanti video che circolano sui social, Quentin D. è stato separato dal resto del gruppo, accerchiato, colpito ripetutamente al corpo e alla testa mentre era già riverso sull’asfalto privo di sensi. I soccorsi sono intervenuti in pochi minuti, ma le condizioni sono apparse subito gravissime. Trasportato in ospedale in stato critico, Quentin è morto nelle ore successive per un trauma cranico massivo.
La procura di Lione ha aperto un’inchiesta per omicidio volontario, gli investigatori stanno passando al setaccio immagini di videosorveglianza, filmati amatoriali e messaggi diffusi sui social nelle ore precedenti e successive all’aggressione. «Le persone che hanno partecipato attivamente al pestaggio sono almeno sei, stiamo tentando di identificarle, quando lo avremo fatto le andremo a prendere» spiega il procuratore Thierry Dran.
La morte del 23enne di Lione ha provocato inevitabilmente una bufera politica e le polemiche più furibonde hanno investito la France Insoumise e il suo leader Jean-Luc Mélenchon. «Sono state le sue milizie ad assassinare Quentin!» ha tuonato Marion Maréchal, ex eurodeputata di estrema destra. Oltre all’accusa di aver alimentato per anni una retorica di scontro frontale con la destra identitaria, è venuto fuori che sul luogo del linciaggio era presente Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato di Lfi Raphaël Arnault, riconosciuto da più testimoni. Arnaut peraltro è tra i fondatori de La Jeunne Guarde, un collettivo «di autodifesa antifascista» nato proprio a Lione e dichiarato fuorilegge dal ministero dell’Interno lo scorso giugno nell’ambito di una più ampia operazione contro gruppi estremisti di ogni colore politico ritenuti responsabili di violenze di piazza.
La présidente dell’Assemblée nationale, Yaël Braun-Pivet, ha annunciato la sospensione di Favrot, ritenendo che la sua presenza possa causare un «turbamento dell’ordine pubblico» precisando che la decisione è cautelare e non pregiudica le indagini giudiziarie in corso. Favot, secondo quanto riferito dal suo avvocato «smentisce categoricamente di essere responsabile della tragica morte del ragazzo». Da parte sua Arnaut parla di «orrore e disgusto» per il linciaggio e ha ribadito che la Jeune Guarde ha sospeso tutte le sue attività dopo essere stata bandita dal ministero. Nonostante ciò, la pressione politica sul partito di Mélenchon resta altissima; il ministro della Giustizia Gérald Darmanin parla apertamente di «un omicidio della sinistra radicale», mentre l’ex ministro dell’interno, il post gollista Bruno Retailleau ha rincarato: «Non è la polizia a uccidere in Francia, è l’estrema sinistra».
Da parte sua Mélenchon respinge le accuse, affermando che associare Lfi all’uccisione di Quentin D. «è fuori dalla realtà» e che il suo movimento «si è sempre schierato contro la violenza». La vicenda rischia di avere ripercussioni molto gravi per La France Insoumise, se venisse infatti confermata la presenza Favrot sul luogo dell’aggressione, la responsabilità politica del partito verrebbe messa in discussione: non si tratterebbe più di accuse retoriche lanciate da una destra “impresentabile”, ma di un fatto di sangue legato a un collaboratore parlamentare direttamente coinvolto nella morte di un ragazzo.