Esteri
Iran - Manifestanti filo-governativi in protesta davanti all\'ambasciata britannica a Teheran
I medici dei pronto soccorsi di Teheran e delle altre città iraniane sono stati i primi testimoni oculari della violenza di Stato che si è abbattuta sui manifestanti, in particolare tra l’8 e il 9 gennaio, le due giornate più sanguinose nell’ondata di repressione scatenata dal regime.
I pochi che sono riusciti a parlare con media indipendenti raccontano di scene infernali, costretti a camminare nelle pozze di sangue e ad attivare i protocolli sanitari riservati alle stragi, i cosiddetti mass casuality. Bisognava cioè ignorare che gridava e si contorceva dal dolore e concentrarsi in priorità su chi non aveva nemmeno la forza di parlare.
Il bilancio finale è mostruoso: le autorità della repubblica islamica riferiscono di circa 4mila vittime, ma la relatrice speciale dell’Onu per l’Iran Mai Sato cita almeno 20mila persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni.
Un chirurgo di Teheran spiega al quotidiano riformista Shargh che la gran parte delle ferite riportate dai dimostranti mostravano in modo inequivocabile la volontà di uccidere: «C’è chi aveva la nuca distrutta, probabilmente colpito da un fucile a pompa a corta distanza, alcuni sono morti dissanguati, moltissimi presentavano ferite in punti vitali, addome, cuore, testa, abbiamo anche dovuto amputare decine di arti inferiori spappolati dalle pallottole».
A Esfahan, città di quasi cinque milioni di abitanti al centro dell’Iran, i Basiji, le milizie paramilitari che fanno capo ai Guardiani della rivoluzione, per due notti hanno sparato ad altezza d’uomo con un ferocia senza precedenti anche per il regime degli ayatollah (circa duemila vittime) racconta un altro medico urgentista: «Abbiamo visto i corpi martoriati dai fucili d’assalto HK G3, un numero enorme è stato colpito durante la fuga come mostrano le ferite alla schiena, dietro le ginocchia e ai polpacci. Hanno usato anche le mitragliatrici di grosso calibro DShK, conosco molto bene quelle armi perché ho svolto il servizio militare, sono concepite per attaccare i mezzi blindati e possono tagliare in due il corpo umano anche a cinquecento metri di distanza, assurdo usarlo contro dei civili».
E’ in questo clima apocalittico che i medici hanno dovuto affrontare le brutali irruzioni dei Basiji e dei servizi segreti negli ospedali, fino dentro le sale operatorie, nei reparti di terapia intensiva e persino negli obitori. Un ortopedico di Rasht, citato dall’Onu, ha raccontato che le guardie rivoluzionarie e la polizia hanno controllato stanza per stanza negli ospedali alla ricerca di manifestanti feriti per consegnarli alle autorità.
Naturalmente i medici sono finiti a loro volta nel mirino del regime. Non tanto, o meglio non solo, perché abbiano visto e documentato una repressione di massa, ma perché in molti casi si sono rifiutati di collaborare con le forze di sicurezza non segnalando le identità dei manifestanti feriti o aiutandoli a fuggire prima dei blitz. Temendo arresti e ritorsioni, diversi feriti hanno lasciato l’ospedale prima di essere completamente stabilizzati; altri sono stati registrati sotto falso nome o dichiarati vittime di incidenti.
Alcuni medici hanno scelto di prestare cure ai feriti fuori dalle strutture ufficiali, sottraendosi al controllo diretto delle autorità.
Dopo le proteste tra l’8 e l’11 gennaio, l’apparato repressivo ha così avviato una campagna sistematica contro il personale sanitario, circa trenta medici sono attualmente in stato d’arresto segnala sempre Shargh .Le accuse, quando vengono formulate, vanno dall’occultamento di informazioni al fiancheggiamento dell’eversione. In alcune cliniche di Teheran e di altre grandi città, agenti in borghese hanno preteso l’accesso alle immagini delle telecamere interne e ai registri di pronto soccorso, contestando anche la mancata conservazione di alcuni file. Migliaia di medici e infermieri sono stati convocati dagli uffici dei servizi di intelligence in tutto il Paese subendo durissimi interrogatori, mentre le minacce di licenziamento e di apertura di procedimenti giudiziari si sono moltiplicate per chi non collabora pienamente.
Hossein (Babak) Zarabian, specialista in malattie infettive, è stato arrestato il 13 gennaio nella sua abitazione di Isfahan e da allora è detenuto in un luogo sconosciuto. Secondo conoscenti e colleghi, le accuse a suo carico sarebbero legate proprio al suo rifiuto di collaborare e potrebbe subire una condanna molto pesante. Analoga la vicenda della dottoressa Ameneh Soleimani, arrestata ad Ardabil anche lei accusata di proteggere i dimostranti: ai colleghi sarebbe stato intimato il silenzio, pena gravi ritorsioni contro le famiglie. Tra i casi più gravi figura quello del chirurgo Alireza Golchini, arrestato a Qazvin davanti alla sua famiglia e accusato di moharebeh , ovvero “waging war against God”guerra contro Dio”, un reato che in Iran può essere punito con la pena di morte per impiccagione. Come riporta il quotidiano britannico The Guardian Golchini è stato picchiato brutalmente durante il fermo e ora rischia un processo sommario privato del diritto di difesa.