La perquisizione subita dalla giornalista del Washington Post, Hannah Natanson, e il sequestro dei suoi dispositivi elettronici rappresentano un precedente inquietante per la libertà di stampa e per il diritto alla privacy. Il fatto riguarda non solo i giornalisti o chi fa informazione ma chiunque abbia uno smartphone, almeno negli Stati Uniti.
Nel corso dello scorso anno Natanson ha raccontato la trasformazione del governo operata dal presidente americano, Donald Trump, anche grazie alla fitta rete di informatori, circa 1.169, che si è costruita all’interno del governo federale. Lavoro che le ha fatto guadagnare il soprannome di “federal government whisperer”. Alle 6 del mattino di mercoledì 14 gennaio l’FBI si è presentata alla porta della casa di Natanson. Nonostante la giornalista non fosse destinataria di alcun addebito, gli agenti del Federal Bureau of Information le hanno presentato un mandato di perquisizione emesso nell’ambito di un’indagine su un contractor del governo, accusato di aver ottenuto e conservato illegalmente informazioni classificate. Gli agenti federali hanno perquisito la casa di Natanson e sequestrato il suo telefono, due computer portatili e uno smartwatch.
Oltre al fatto che le perquisizioni dei giornalisti e delle loro case, seppur permesse dalla legge, sono estremamente rare, è un particolare contenuto nel mandato a tingere di sfumature ancora più inquietanti l’accaduto. Nel mandato di perquisizione infatti è presente la sezione “Biometric Unlock”, nella quale si legge che «durante l'esecuzione della perquisizione, il personale delle forze dell'ordine è autorizzato a premere o scorrere le dita (inclusi i pollici) di Hannah Natanson sullo scanner delle impronte digitali del dispositivo; tenere un dispositivo trovato durante la perquisizione davanti al volto di Natanson e attivare la funzione di riconoscimento facciale, allo scopo di tentare di sbloccare il dispositivo al fine di perquisirne il contenuto come autorizzato dal presente mandato».
In pratica un giudice ha autorizzato l’FBI a tentare di forzare il riconoscimento biometrico del telefono di Natanson. Il mandato indica poi i limiti posti agli agenti, viene specificato che nel tentativo di sbloccare il telefono mediante l’uso delle caratteristiche biometriche, gli agenti non possono fare leva sul fatto di essere autorizzati a forzare il riconoscimento biometrico per ottenere il codice di sblocco e allo stesso modo il codice non può essere ottenuto con l’inganno. Non è chiaro se gli agenti abbiano utilizzato il riconoscimento biometrico per accedere ai dispositivi di Natanson in quanto sia la giornalista, sia il Washington Post che l’FBI non hanno commentato l’accaduto.
Tutti gli smartphone presenti sul mercato permettono di utilizzare le caratteristiche biometriche del proprio volto o l’impronta digitale per sbloccare il dispositivo senza inserire il codice di sicurezza. Una comodità che però ha un costo nascosto: rendere possibile l’accesso a soggetti che non sono in possesso del codice di accesso. La forzatura del blocco biometrico rappresenta una violazione del principio di non autoincriminazione, valido nell’ordinamento italiano e garantito in quello statunitense dal V emendamento della Costituzione. E come tale è stato riconosciuto in una sentenza del gennaio dello scorso anno.
In questo caso gli agenti dell’FBI avevano costretto Peter Schwartz, condannato per l'assalto a Capitol Hill del 2021,a sbloccare il proprio telefono tramite l’utilizzo dell’impronta digitale. I giudici hanno respinto l’istanza di soppressione delle prove così ottenute presentata da Schwartz in quanto «l’atto era non testimoniale e non ha quindi dato luogo a una violazione del V emendamento». Gli stessi giudici però si sono trovati «d’accordo con Schwartz sul fatto che il governo abbia violato il V emendamento quando lo costrinse a sbloccare il suo cellulare», e hanno rimandato a un tribunale distrettuale la decisione se l’errore abbia viziato il procedimento nei confronti di Schwartz o meno.
Quanto accaduto a Natanson, che vale la pena ricordarlo non era destinataria di alcun addebito, suona come un campanello d’allarme. Un giudice avrebbe autorizzato gli agenti federali ad aggirare un limite posto dalla Costituzione ponendo limiti risibili all’azione degli agenti federali. Per ora un argine è stato posto dalla decisione del giudice William B. Porter lo scorso 21 gennaio, secondo cui i funzionari governativi non potranno esaminare i dispositivi elettronici sequestrati alla giornalista del Washington Post finché non sarà risolta la controversia derivante dalla perquisizione della sua casa.
La decisione è arrivata poche ore dopo che la testata ha presentato un’istanza di restituzione del materiale sequestrato in quanto avvenuto in violazione del primo emendamento e delle garanzie statutarie federali per i giornalisti. L’istanza, inoltre, è stata presentata dopo che il governo ha rifiutato di restituire il materiale oggetto di sequestro durante l’udienza del 20 gennaio. Nonostante la decisione del giudice Porter però i funzionari del governo hanno affermato, secondo quanto deposto in tribunale, che «non si sarebbero astenuti dal condurre una revisione sostanziale» del materiale fino alla risoluzione della controversia.