Tre milioni di pagine, duemila video, oltre 180mila fotografie: le cifre sono imponenti e come una nuvola nera incombono sul cielo della politica americana (e non solo), ma provando a districare i fatti dal gossip morboso la loro rilevanza penale per il momento resta incerta.
Sono i cosiddetti file Epstein, documenti legali, testimonianze e prove raccolte durante le indagini su Jeffrey Epstein il finanziere americano amico di vip e potenti, morto in carcere a New York nel 2019 (ufficialmente per suicidio) mentre era indagato per traffico sessuale di minorenni. La sua carriera è stata segnata da rapporti stretti con l’alta società, il mondo degli affari e dello spettacolo, e da condanne precedenti per abusi su minori. Il Dipartimento di giustizia statunitense ha diffuso i file in attuazione della legge votata dal Congresso lo scorso dicembre, firmata con riluttanza dal presidente Trump.
La pubblicazione è stata lenta, frammentaria e ha fatto largo uso di documenti secretati; parti intere di testi, nomi, date e passaggi cruciali risultano illeggibili, mentre altri materiali sono ancora pieni di omissis, ufficialmente per tutelare le vittime o per proteggere i dati sensibili di persone che non hanno commesso alcun reato. Nella semplificazione mediatica, i nomi che compaiono nei file vengono infatti accostati brutalmente ai “festini” organizzati da Epstein e dalla sua compagna Ghislaine Maxwell, eventi in cui erano coinvolte minorenni vittime di abusi, ma come segnala lo stesso Dipartimento di Giustizia Usa non si ha nessuna prova che le persone citate abbiano partecipato o fossero a conoscenza delle attività criminali del finanziere.
I passaggi più compromettenti riguardano Epstein stesso e non aggiungono molto a quanto già stabilito nel corso del suo processo. C’è un’inchiesta federale del 2007, poi archiviata, che ipotizza un traffico di minorenni, gli abusi sistematici e la pressione esercitata sulle vittime, alcune appena quattordicenni, affinché mantenessero il silenzio e reclutassero altre ragazze. Non va dimenticato il ruolo della moglie Ghislaine Maxwell, condannata a vent’anni di carcere come principale organizzatrice del traffico di minori.
Le audizioni, le intercettazioni e le testimonianze raccolte nei suoi confronti hanno messo in luce la pianificazione meticolosa dei contatti e delle attività “ludiche” del finanziere, senza però estendere responsabilità penale ad altri partecipanti agli incontri. Maxwell resta l’unica figura in grado di confermare i dettagli più sensibili, ma le sue dichiarazioni sono state raccolte in modo da non compromettere terzi se non sono suffragate da prove concrete.
Le email mostrano Epstein prudente, capace di muoversi tra mondi diversi senza esporsi. Nemmeno la condanna del 2008 a tredici mesi di carcere intacca il suo carnet di relazioni. Tra i contatti eccellenti spiccano i grandi tecno-imprenditori come Bill Gates, Elon Musk, Richard Branson, ma anche figure istituzionali come il principe Andrea, Mette-Marit, principessa ereditaria di Norvegia, la coppia Bill e Hillary Clinton, il cantante Michael Jackson. La loro presenza indica scambi mondani, rapporti o incontri che stuzzicano le fantasie dell’opinione pubblica, alimentate dai media scandalistici e dai social dove circolano da tempo le più strambe teorie complottiste. Per esempio alcuni ritengono che Epstein tenesse registri dettagliati di dei vip che partecipavano alle feste, e che fossero usati per ricattarli. Altri sostengono che fosse un agente dei servizi segreti, altri ancora evocano una fantomatica rete globale della pedofilia che coinvolge famiglie reali e imprenditori miliardari.
È in questo contesto torbido che prende corpo la questione Donald Trump, un tempo amico stretto di Epstein: il suo nome ricorre più volte ma dai loro scambi via mail, a parte qualche battuttaccia e un disegno volgare, non emerge nessuna “pistola fumante”, nessuna ipotesi di coinvolgimento in abusi su minorenni e tanto meno nessun ricatto. Eppure molti avversari politici in America e all’estero coltivano la speranza che lo scandalo prima o poi lo colpisca al cuore, travolgendo la sua presidenza; si tratta di un pensiero costante che vive nell’idea di risolvere il “problema Trump” per via giudiziaria. La cronaca ci suggerisce però più cautela: dal Russiagate al Capitol Hill, passando per il caso Stormy Daniels, The Donald è sempre passato indenne dalle accuse, vendicandosi poi contro i giudici che lo avevano indagato.
Il precedente italiano dovrebbe peraltro servire da insegnamento: la parabola politica di Silvio Berlusconi non si è interrotta per i festini e il bunga bunga o per le “dieci domande” di Repubblica , ma per fattori economici e politici molto più concreti, come lo spread che schizzava alle stelle e le pressioni franco-tedesche. Allo stesso modo, l’esposizione mediatica di Trump rispetto al caso Epstein può generare rumore e insinuazioni, alimentare sospetti e polarizzare l’opinione, ma credere che il tycoon possa cadere per questo rimane una pia illusione.