Vergogna americana
Agenti ICE
Negli ultimi mesi, l’ICE (U.S. Immigration and Customs Enforcement) è diventata una delle agenzie federali più ambite degli Stati Uniti. Le domande di arruolamento sono esplose, spinte da una campagna di reclutamento senza precedenti, descritta internamente come “da tempo di guerra”.
Bonus fino a 50mila dollari, procedure accelerate e una retorica che parla apertamente di “difesa della nazione” hanno trasformato l’agenzia in un polo di attrazione per migliaia di candidati. Ma questo boom di richieste racconta anche una mutazione profonda dell’ICE stessa. Fondata nel 2003 nel clima post-11 settembre e incardinata nel Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS), l’ICE non è mai stata un corpo monolitico. È strutturata in due grandi rami: l’ERO (Enforcement and Removal Operations), responsabile delle espulsioni, e l’HSI (Homeland Security Investigations), con funzioni investigative. Una distinzione che oggi appare sempre più sfumata, se non del tutto superata.
In meno di un anno, il numero totale degli agenti è raddoppiato, arrivando a circa 22mila unità. A Minneapolis, uno degli epicentri delle operazioni più controverse, sono stati dispiegati oltre 2mila uomini con un profilo marcatamente paramilitare. È il volto operativo di quella che viene chiamata Operation Metro Surge, una campagna che ha trasformato intere aree urbane – in particolare città governate dai democratici – in veri e propri teatri di conflitto.
La nuova ICE attinge deliberatamente a categorie specifiche: veterani con esperienza di combattimento, ex membri delle polizie locali e personale di sicurezza privata, spesso attratti da incentivi economici straordinari.
Un bacino sempre più rilevante è rappresentato inoltre dalle grandi fiere delle armi che spuntano come funghi nella provincia americana: eventi che, ben oltre la loro dimensione commerciale, funzionano come luoghi di socializzazione ideologica e di selezione informale del personale. È qui che l’agenzia intercetta candidati già familiarizzati con l’uso delle armi, con una cultura marcatamente militarizzata e con una visione del conflitto politico come scontro esistenziale. Ma l’aspetto più allarmante riguarda la provenienza ideologica di una parte dei nuovi agenti.
Diverse inchieste indicano l’ingresso di individui legati all’estrema destra suprematista, alcuni dei quali coinvolti nell’assalto a Capitol Hill e successivamente graziati da Donald Trump. La strategia comunicativa dell’agenzia riflette questa deriva: stand di reclutamento in fiere delle armi, eventi NASCAR e rodei, con una narrazione che non parla più di applicazione della legge, ma di “invasione” e “nemici interni”, riferendosi esplicitamente agli immigrati. Per raggiungere l’obiettivo dichiarato di 10mila nuove assunzioni entro la fine del 2025, l’ICE ha inoltre introdotto procedure d’urgenza che mostrano falle clamorose.
Un errore nel software di valutazione delle candidature avrebbe classificato come esperti di law enforcement soggetti che avevano nel curriculum parole chiave come “agente”, pur avendo svolto in realtà ruoli da guardia privata o bodyguard. La fretta ha inciso anche sulla formazione: molti nuovi agenti sono stati inviati sul campo dopo appena quattro settimane di corso online, contro le 16-22 settimane in presenza previste presso il FLETC (Federal Law Enforcement Training Center). A Minneapolis, dove l’ICE è intervenuta per indagare su presunte frodi economiche attribuite alle comunità somale – un casus belli alimentato dalla disinformazione degli ambienti MAGA – gli agenti schierati non avevano alcuna competenza in materia di crimini finanziari. Indagini amministrative si sono così trasformate in raid armati.
A pochi anni dall’uccisione di George Floyd, che aveva innescato una mobilitazione senza precedenti della popolazione afroamericana, Minneapolis si trova oggi a fare i conti con un nuovo bilancio tragico. Due cittadini uccisi, proteste represse con gas lacrimogeni e spray al peperoncino contro manifestanti pacifici e leader religiosi, agenti con il volto coperto e privi di numeri identificativi. In diversi episodi, questi uomini hanno bloccato con i loro veicoli persino poliziotti locali fuori servizio, puntando le armi contro di loro e pretendendo documenti di cittadinanza.
Quello che emerge con chiarezza non è solo un problema di ordine pubblico, ma l’esistenza di un mandato politico preciso che ha trasformato l’ICE da agenzia federale a strumento di una strategia di potere apertamente militarizzata.