Giovedì 29 Gennaio 2026

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Trump si “ritira” da Minneapolis e punta l’Iran

Criticato anche dal Gop per i metodi dell’ICE, il presidente americano invia una “armata” nel Golfo persico. In Minnesota la deputata dem Ilhan Omar aggredita con una siringa durante un incontro pubblico

28 Gennaio 2026, 18:07

Trump si “ritira” da Minneapolis e punta l’Iran

Trump, presidente Usa

Come uscire dal pantano di Minneapolis e scrollarsi di dosso le polemiche? Assediato dalle critiche, anche all’interno del suo schieramento, Donald Trump rimette in cima alla sua agenda un altro dossier caldo: l’Iran degli ayatollah. Se il cambio di regime a Teheran non fosse già da tempo tra gli obiettivi principali della Casa bianca, verrebbe da pensare a un diversivo, un abile modo di spostare l’attenzione dei media e della politica dai disastri compiuti dall’ICE nella città del midwest.

L’inquilino della Casa Bianca ha annunciato che un gruppo d’attacco navale statunitense, da lui definito una vera e propria «armata» e guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, è pronto a intervenire dall’Oceano Indiano. Richiamando gli attacchi americani contro obiettivi nucleari iraniani condotti nel giugno scorso, durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni tra Teheran e Israele, il presidente Usa ha lanciato un monito esplicito: «Il prossimo attacco sarà molto peggiore». Di rito la replica di Teheran che si dice pronta a rispondere a qualsiasi aggressione degli Usa anche se in queste ore la diplomazia lavora frenetica per scongiurare l’attacco.

Secondo diversi analisti, le opzioni sul tavolo della Casa Bianca spaziano da raid contro infrastrutture militari a operazioni mirate contro i vertici del regime, fino a colpire direttamente la leadership della Guida suprema Ali Khamenei con lo scopo di rovesciare l’intero sistema di potere degli ayatollah. Secondo Axios ci sarebbe ancora uno spiraglio di trattativa se l’Iran firmasse un accordo in cui rinuncia al suo programma nucleare, ma i tempi sono strettissimi e Washington sembra impaziente di intervenire manu militari .

Intanto a Minneapolis si susseguono episodi inquietanti in un’atmosfera di violenza e sospetto. La deputata democratica americana Ilhan Omar è stata aggredita durante un incontro pubblico a Minneapolis sulla repressione anti-immigrazione portata avanti dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Un uomo di 55 anni, Anthony J. Kazmierczak, le ha spruzzato addosso un liquido utilizzando una siringa, prima di essere immediatamente fermato dagli addetti alla sicurezza e allontanato dalla sala. Nonostante l’attacco, Omar ha scelto di proseguire il suo intervento, ribadendo la necessità di non cedere alle intimidazioni: «Restiamo resilienti di fronte a qualsiasi cosa ci possano scagliare contro», ha dichiarato. In una nota, il suo ufficio ha poi confermato che la deputata sta bene e che ha continuato l’assemblea perché «non permetterà ai bulli di vincere». L’uomo responsabile dell’attacco si chiama Anthony Kazmierczak, 55 anni, ed è un elettore conservatore che odia il partito democratico, spiega ai media un suo vicino di casa, ma anche una persona con evidenti problemi mentali e di salute (sarebbe affetto da Parkinson e ha problemi alla spina dorsale per un vecchio incidente d’auto).

L’aggressione si inserisce in un clima di forte tensione dopo giorni rappresaglie, arresti arbitrari e manifestazioni di protesta. Dal presidente però non è arrivata alcuna espressione di solidarietà. Al contrario il tycoon ha messo in dubbio la veridicità dell’episodio, accusando addirittura Omar di averlo inscenato e definendola «un’imbrogliona». Ilhan Omar, 43 anni, nata in Somalia, è stata eletta nel quinto distretto congressuale del Minnesota alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, un’area che comprende Minneapolis e i sobborghi circostanti. Omar ha prestato giuramento al Congresso nel gennaio 2019, segnando una serie di primati storici: è stata la prima rifugiata africana a venire eletta, la prima donna di colore a rappresentare il Minnesota e una delle prime due donne musulmane americane elette a Capitol Hill.

Esponente di punta del Partito democratico è da tempo bersaglio degli attacchi di Trump che l’ha definita «spazzatura» e più volte ha messo in discussione la sua lealtà agli Stati Uniti, insinuando senza prove che Omar non fosse pienamente “americana” o che rappresentasse valori incompatibili con il Paese. In diversi comizi ha fomentato slogan e cori contro di lei, arrivando a suggerire che dovesse “tornare al suo Paese”, nonostante sia cittadina statunitense da decenni.
L’episodio la dice lunga sul clima politico deteriore che si respira oltreoceano e che i fatti di Minneapolis hanno cristallizzato.

Ma dopo due morti, centinaia di arresti e una città in tumulto, anche Donald Trump prova ad allentare leggermente la stretta dell’ICE, parlando per la prima volta di «piccola descalation». La sostituzione del controverso Greg Bovino con lo “zar delle frontiere” Tom Homan dovrebbe rispondere a questa logica, malgrado Homan non sia certo una colomba. La parziale frenata non nasce da una convinzione intima ma dalle pressioni interne al partito repubblicano e al mondo del business, preoccupato che il conflitto civile prolungato possa colpire i profitti delle imprese locali.