«Il cervello dei nostri figli non è in vendita!». Emmanuel Macron saluta con grande enfasi la legge approvata dall’Assemblea nazionale che vieta l’utilizzo dei social network ai minori di 15 anni. Il testo è passato in prima lettura con 130 voti favorevoli e 21 contrari, su iniziativa della deputata Laure Miller. Se confermata dal Senato, la Francia diventerebbe il primo paese europeo ad adottare una misura così severa, dopo l’esperimento australiano.
Il cuore della legge è la proibizione assoluta delle piattaforme social per gli adolescenti, accompagnata dal divieto di utilizzo dei telefoni cellulari all’interno dei licei. Una scelta che il governo giustifica con argomenti educativi e sanitari: ridurre l’esposizione precoce agli algoritmi, arginare la dipendenza digitale, proteggere lo sviluppo cognitivo e relazionale dei più giovani. Il consenso politico è stato ampio e trasversale; oltre alla maggioranza governativa, hanno votato a favore gran parte dei socialisti e l’alleanza di estrema destra Rassemblement national–Union des droites pour la République, mentre hanno votato contro alcuni deputati della France insoumise e due ecologisti. A spianare la strada all’approvazione le raccomandazioni della commissione d’inchiesta parlamentare che ha valutato gli effetti psicologici dell’uso di TikTok sui minori.
Dietro l’apparente chiarezza dell’obiettivo tuttavia, il testo ha attraversato settimane di incertezza e riscritture. A fine dicembre il governo aveva annunciato un proprio progetto di legge simile, creando confusione e sovrapposizioni. Soprattutto, il parere del Conseil d’État ha costretto a una profonda revisione della proposta iniziale, giudicata problematica sul piano della compatibilità con il diritto europeo e potenzialmente lesiva delle libertà fondamentali. In particolare, i giudici amministrativi hanno ricordato che imporre nuovi obblighi diretti alle piattaforme digitali è una competenza che spetta all’Unione europea. Allo stesso tempo la verifica dei dati anagrafici di chi accede ai social rischia seriamente di violare le norme comunitarie a protezione della privacy.
Il divieto per funzionare presuppone infatti sistemi di verifica dell’età degli utenti, che il governo promette di rendere obbligatori andando incontro a eventuali sanzioni della Commissione europea. La costruzione giuridica della legge ha fatto storcere il naso a diversi specialisti di diritto digitale, secondo cui il testo poggia su una lettura troppo estensiva e fragile delle norme europee. Le criticità non si fermano qui. Alcuni emendamenti approvati in Aula rischiano di entrare in collisione con il diritto comunitario, come quello che vieta l’esposizione dei minori a una «pressione commerciale eccessiva» o quello, passato per un solo voto, che equipara i fornitori di piattaforme agli editori.
Resta inoltre vaga la delimitazione dei servizi coinvolti: il testo esclude le enciclopedie online come wikipedia, risorse educative e piattaforme di software libero, ma apre la porta a restrizioni su funzionalità semi-pubbliche delle app di messaggistica e sulle chat dei videogiochi più diffusi tra adolescenti, come Fortnite o Roblox.
Il governo promette flessibilità, affidando ai regolamenti interni la definizione delle deroghe e degli spazi autorizzati, ma l’accelerazione dell’iter legislativo — voluta da Macron per rendere la legge operativa già da settembre — ha colto molti di sorpresa. Il testo approvato dall’Assemblea segna in ogni caso la volontà di dare una risposta politica una questione complessa come l’educazione digitale degli adolescenti e la loro protezione, ma lascia aperte questioni cruciali sulla sua efficacia reale, sulla sua solidità giuridica e sulla capacità dello Stato di governare un ecosistema digitale che resta, in larga parte, globalizzato.