Geopolitica globale
L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump accelera su un nuovo “Consiglio di pace”, pensato inizialmente per Gaza ma destinato, nelle intenzioni, a diventare un organismo internazionale alternativo per la gestione dei conflitti. A rivelarlo è una bozza dello statuto visionata dal New York Times, che introduce un elemento di forte discontinuità: la possibilità di ottenere un seggio permanente versando oltre un miliardo di dollari entro il primo anno.
Il documento non menziona esplicitamente l’enclave palestinese, alimentando l’ipotesi di un mandato più ampio e di una struttura a guida statunitense che si porrebbe, di fatto, come alternativa al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Una risoluzione delle Nazioni Unite del novembre 2025 aveva comunque sostenuto il piano per la fine della guerra tra Israele e Hamas, accogliendo la creazione dell’organismo come amministrazione transitoria per la ricostruzione di Gaza.
Il contesto, però, è reso più complesso dal legame sempre più esplicito tra commercio e sicurezza. Nei mesi scorsi, osserva il quotidiano statunitense, diversi leader europei hanno evitato reazioni muscolari alle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia per non compromettere i rapporti all’interno della NATO e il sostegno statunitense all’Ucraina. La minaccia di nuovi dazi, tuttavia, sta spingendo Bruxelles a riconsiderare il costo politico di questa cautela.
Secondo il Wall Street Journal, la disputa potrebbe culminare in un rafforzamento dell’autonomia strategica europea: aumento della spesa per la difesa, maggiore presenza militare in Groenlandia e riduzione della dipendenza dagli armamenti Usa. L’ipotesi estrema di limitare l’uso delle basi statunitensi in Europa viene ritenuta altamente destabilizzante e poco probabile, per il rischio di una frattura profonda nell’Alleanza atlantica.
In parallelo, l’Unione Europea accelera sulla diversificazione commerciale. Negli ultimi giorni è stato raggiunto un accordo con il Mercosur e proseguono i negoziati con India e Australia. Le tensioni con Washington potrebbero inoltre indurre Bruxelles a riconsiderare la linea di “riduzione dei rischi” nei confronti della Cina, adottata negli ultimi anni.
Resta sullo sfondo lo strumento più incisivo: il meccanismo europeo contro la coercizione economica, mai attivato finora. Consentirebbe di colpire non solo beni, ma anche servizi, accesso agli appalti pubblici, diritti di proprietà intellettuale ed esportazioni sensibili. Per metterlo in campo servirebbe una maggioranza qualificata degli Stati membri, ma fonti diplomatiche citate dal Wall Street Journal avvertono che, data la portata politica della scelta, sarebbe necessario un consenso ben più ampio.
Per ora Bruxelles prende tempo e punta a mantenere aperto il dialogo con Washington, almeno fino all’entrata in vigore dei nuovi dazi prevista per il 1° febbraio. Il messaggio che filtra, però, è chiaro: se la pressione economica dovesse continuare, l’Ue risponderà in modo più coordinato e deciso rispetto al passato.