La manifestazione
Un momento della protesta di oggi a Roma
Il tricolore con il leone e il sole nascente sventola sotto lo sguardo del monumento a Giuseppe Mazzini in piazzale Ugo La Malfa. Dalla folla che pian piano comincia ad assieparsi nel piazzale per la manifestazione organizzata dal partito radicale a sostegno del popolo iraniano, svettano i cartelli con i volti e i nomi dei ragazzi trucidati dalla repressione del regime. Un ragazzo tiene un cartello che ricorda le 176 vittime del volo 752 della Ukrainan International Airlines, abbattuto poco dopo il decollo dall’aeroporto di Teheran dalla Guardie della rivoluzione l’8 gennaio 2020 come rappresaglia per l’uccisione, da parte degli Stati Uniti, del generale Qasem Soleimani, avvenuta solo poche ore prima.
Il corteo parte e dal carro che lo guida vengono scanditi slogan come “Irgc terrorist” e Javid Shah, “viva lo Scià”, ripetuti a piena voce dalle persone in marcia. Molte le effigi del figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi, che pur non rappresentando l’intera opposizione iraniana è molto popolare tra i membri della diaspora, che in lui vedono una figura sotto la quale il popolo possa iniziare il processo di liberazione e democratizzazione della Persia. Si sono registrati anche brevi momenti di tensione tra sostenitori dello Scià e del movimento Donna, vita, libertà. Specchio di un’opposizione divisa perfino nelle piazze che fuori dall’Iran esprimono vicinanza e solidarietà al popolo iraniano. Anche l’opposizione italiana, però, fatica a trovare una voce comune di condanna su quanto sta accadendo in Iran. Quella di oggi è infatti la seconda manifestazione a sostegno del popolo iraniano in due giorni. Venerdì le principali forze d’opposizione si sono riunite in Campidoglio con l’effetto di indebolire, almeno numericamente, entrambe le iniziative. Un elemento che non passa inosservato è il gran numero di manifestanti a volto coperto per il timore di ripercussioni sulle famiglie che si trovano in Iran. «Abbiamo paura – spiega una manifestante – è rischioso per la nostra famiglia in Iran farci vedere a volto scoperto». Due ragazzi - uno porta uno scaldacollo tirato fino agli occhi, l’altro con solo un paio d’occhiali scuri a nascondere lo sguardo - con educazione evitano le domande: «Preferiamo non parlare, scusa».
Un gruppo di ragazze tra i 20 e i 30 anni tentenna, ma poi si lascia andare: «Vogliamo far sentire la voce delle migliaia di iraniani uccisi e massacrati nel giro di pochi giorni – dice una ragazza che porta un cappello a tesa larga e il cui volto è nascosto da una mascherina bianca – sono più di 8 giorni che non c’è internet. Non sappiamo come stanno i nostri parenti e amici». «Da qualche giorno possiamo fare brevi chiamate di massimo 1 o 2 minuti – racconta un’altra – ma non possiamo parlare apertamente o chiedere come sia la situazione perché le linee sono controllate. Stanno continuando a massacrare, arrestare, torturare, non è ancora finita». «Non possono raccontare nulla, c’è il pericolo che per una parola di troppo i nostri parenti si trovino i guardiani della rivoluzione sulla porta di casa», le fa eco un’altra. «Chiediamo aiuto alla comunità internazionale perché gli iraniani possano avere di nuovo il diritto a poter vivere». E sul possibile intervento militare degli Stati Uniti, «è forse la nostra ultima chance per liberarci, questi sono dittatori, non ci puoi ragionare». Sulle quattro ragazze del gruppetto solo una è riuscita a mettersi in contatto con la famiglia, le altre non hanno notizie dall’8 gennaio.
Alla testa del corteo c’è Carlo Calenda, segretario di Azione. «Oggi onoriamo chi combatte per la libertà in Iran – ha dichiarato – che non combatte solo per la sua, ma combatte per l’idea di libertà e quindi combatte per tutti coloro che vogliono vivere in uno Stato libero. Non possiamo rimanere inerti a vedere gli iraniani ammazzati dal regime senza che si muova nulla. Io credo che la solidarietà che viene da questa manifestazione, da quelle che sono state fatte nei giorni scorsi, da quelle che si faranno, è un fatto fondamentale. Il futuro dell’Iran - prosegue Calenda - lo deve scegliere il popolo iraniano, colto, millenario e perfettamente in grado di ridarsi un futuro democratico. Nessuno glielo deve imporre. Sarebbe un gravissimo errore da parte dell’Occidente». Bisogna, piuttosto, «usare tutti i nostri mezzi di guerra elettronica per bloccare i sistemi attraverso cui il regime teocratico ammazza, controlla, detiene gli iraniani. E la presenza sul campo dei servizi segreti è un fatto utile e importante per diminuire l’operatività della repressione iraniana. Questa è una cosa che si può fare. Così come si possono incoraggiare i giovani a scendere in piazza per dire siamo qui, siamo qui per voi, siamo pronti ad aiutarvi».